Leggi razziali, su Einaudi il Corriere ha sbagliato

Il quotidiano di Via Solferino ricorda che il primo presidente della Repubblica rivendicò con orgoglio la sua appartenenza alla religione cattolica e dimentica che nel 1938 al Senato votò contro le norme antisemite<br />

La polemica innescata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, sulle mancate proteste nella società italiana e nella Chiesa cattolica contro l’emanazione delle leggi antisemite per la difesa della razza volute nel 1938 dal regime fascista ha fatto una vittima illustre. È Luigi Einaudi, inserito dal vicedirettore del Corriere della Sera Pierluigi Battista fra coloro che non si opposero alla normativa che discriminò gli ebrei italiani e che avrebbe aperto loro, dal 1943, la strada verso i lager.

Anzi, del grande economista piemontese, nato nel 1874 e morto nel 1961, che durante il fascismo fu insieme con Benedetto Croce uno dei maggiori punti di riferimento per l’opposizione liberale e democratica, Battista ricorda che volle “sottolineare orgoglioso l’appartenenza alla religione cattolica ab immemorabile” nel modulo predisposto in occasione del censimento organizzato per individuare gli ebrei delle istituzioni culturali del Paese.

È un dato di fatto. Ma lo è anche il voto contrario di Einaudi alle leggi razziali. Nella seduta del 20 dicembre del 1938 il Senato del Regno era stato convocato per pronunciarsi sulle norme antisemite già approvate all’unanimità dalla Camera dei fasci e delle corporazioni ed Einaudi, senatore dal 1919, votò contro insieme con altri tre colleghi. Una dimenticanza non da poco, quella del Corriere. Tenuto conto del fatto che Einaudi, oltre che governatore della Banca d’Italia, vicepresidente del Consiglio e presidente della Repubblica (il primo eletto secondo le regole dettate dalla Costituzione), era anche giornalista. Fu a lungo corrispondente dell’ Economist e, soprattutto, collaboratore del Corriere della Sera, quotidiano per il quale cominciò a scrivere nel 1906 e che lasciò nel 1925 per protesta contro la rimozione del direttore Luigi Albertini voluta da Mussolini.

Nel 1931, in occasione del giuramento di fedeltà al fascismo sollecitato ai professori universitari dal dittatore pena l’abbandono della cattedra, Einaudi si piegò. Dopo essersi consultato con Croce, accettò di giurare. Ma poi guardò sempre con invidia ammirata ai quattordici che rifiutarono, fra i quali c’era anche il suo amico e collega Antonio de Viti de Marco. E sette anni più tardi si riscattò, a differenza di Croce che, anche lui senatore, quel 20 dicembre a Palazzo Madama non si presentò. E se nel 1948 al Quirinale fu eletto Einaudi e non Croce, quella scelta coraggiosa dimenticata dal Corriere deve aver pesato.