Leggi razziali, troppo baccano sui «redenti»

Ruggero Guarini

Nel nostro villaggio culturale ci sono dunque armate di pensatori che si pongono ancora quesiti come questo: «Ma perché nemmeno uno dei tanti più o meno giovani e illustri intellos italiani che un pochettino prima o un pochettino dopo la caduta del fascismo si cangiarono di botto da camerati in compagni aveva creduto opportuno, nei cinque anni precedenti, ribellarsi alle leggi razziali promulgate nel ’38? Ma perché quasi tutte quelle piccole e grandi firme non soltanto inghiottirono senza batter ciglio quelle leggi ma non esitarono a collaborare alla loro legittimazione accettando di scrivere su quotidiani e periodici apertamente razzisti e antisemiti? Ma perché nessuno di quei «redenti» (come Mirella Serri li chiama nel libro in cui ha pazientemente ricostruito la storia dei loro fascistici fervori) manifestò in quegli anni una briciola dell’ardimento che molti di loro mostrarono più tardi nella guerra partigiana?».
La sola risposta adeguata a queste domande naturalmente è quella di don Abbondio: «Il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare». Ma poiché nel corso della controversia suscitata dal libro della Serri qualcuno (per esempio Giuliano Zincone) ha scritto che di risposte a quelle domande, dopo anni di riflessione, non ne ha ancora trovata nessuna, non è forse superfluo osservare che la risposta di don Abbondio trova in questo caso una peculiare, triplice conferma nelle tre seguenti postille:
1) Per opporsi apertamente a una qualsiasi legge fascista quando il fascismo era vivo e vegeto (e nel ’38 – anno delle leggi razziali – era addirittura trionfante) sarebbe forse stato necessario avere un po’ più di coraggio di quanto ne occorse cinque o sei anni dopo, quando il fascismo era ormai spacciato, per entrare, a fini redentivi, nella guerra partigiana.
2) A spiegare il fulmineo trasloco, fra il ’43 e il ’45, di interi plotoni di letterati, filosofi, storici, economisti, giuristi, giornalisti, editori, artisti, cineasti e simili dal fascismo al comunismo, dovrebbero bastare le ben note affinità fra tutti i regimi totalitari del Novecento, rossi o neri che essi fossero. Una delle quali è appunto la fisima dello Stato culturale. Sicché tutti quei traslocatori, cambiando all’istante bandiera, non fecero in fondo altro che ricominciare a inseguire, come già avevano fatto all’ombra del fascismo, quelle glorie e quei poteri a cui sempre aspirano tutti gli intellos col pallino dell’appartenenza organica a qualche partito-stato.
3) Non sempre l’accettazione delle leggi razziali da parte di quei futuri «redenti» fu dovuta alla loro prudenza e codardia. Spesso al contrario presupponeva una sincera adesione allo spirito di quelle leggi. Adesione incoraggiata dal fatto che in quegli anni, non solo da noi ma in tutta Europa, la stessa cultura antifascista, in tutte le sue varianti (marxista, cattolica, liberale ecc.), si mostrò assolutamente incapace non solo di valutare, ma persino di percepire, la gravità del pericolo rappresentato dal flagello dell’antisemitismo nazista. Tanto che forse non è esagerato affermare che i soli a percepirlo realmente furono in fondo i milioni di ebrei europei che finirono nei lager, o quei pochi fra loro che riuscirono a salvarsi riparando negli Stati Uniti.
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