Leggi sul tifo da applicare

Nella serata di sabato, intitolata all’uccisione del piccolo Tommaso, «quelli della nord» hanno insultato per tutta la partita il messinese Zoro evitando accuratamente di usare la parola «nero» per cercare di farla franca agli occhi della giustizia ordinaria e sportiva. E sapete perché? Perché il comportamento tenuto dall'ivoriano all’andata aveva portato alla diffida di dodici ultras interisti da parte del magistrato. Ai loro occhi il colpevole è chi si becca gli insulti, meglio ancora se razzisti, non chi li fa. Un bel modo di ragionare. E pensare che qualche giorno fa la Cassazione, respingendo il ricorso di un uomo di 60 anni, aveva sentenziato: «Ogni riferimento gratuito al pigmento dell'offeso assume un significato intrinsecamente discriminatorio». Nel pomeriggio di ieri la questura di Firenze ha deciso di far entrare allo stadio 1.500 tifosi della Roma, arrivati nel capoluogo toscano senza biglietto, dopo averli etichettati con un timbro sulla mano. Come in discoteca. Una stravagante variante della tanto sbandierata legge Pisanu, che avrebbe dovuto portare ordine negli stadi e finora è servita solo a complicare la vita degli spettatori in regola.
In Italia, dove si fanno leggi che non vengono mai applicate, il problema del tifo esiste e, per molti versi, assume connotati sempre più gravi. Ci piacerebbe sapere se l’Inter avrà la forza e il coraggio di tagliare ogni legame con il tifo organizzato al cui interno si annidano sacche di così variegata umanità. E se la Roma prenderà le distanze da chi ha devastato la zona dello stadio viola e fermato perfino un treno.