«Leghisti attenti, il federalismo non c’è ancora»

Poi il leader si ritira dietro il palco con il fisioterapista per riposarsi

Adalberto Signore

nostro inviato a Venezia

Si china e sorride. Poi allunga l'ampolla al piccolo Nicolas, due anni e mezzo e capelli castano chiaro fluenti fino a sotto le spalle. Il suo nome, spiega il padre sposatosi nel 2002 con rito celtico, significa «potente tra il popolo». E forse non è un caso che proprio a lui Umberto Bossi consegni l'acqua «sacra» raccolta esattamente ventiquattro ore prima sul Monviso. Nicolas la custodisce con cura per qualche attimo, poi, sotto la divertita supervisione di Roberto Calderoli, la versa finalmente nella laguna di Venezia. Dalla fonte alla foce, il rito è concluso. Con tanto di Va' pensiero e fumogeni verdi e applausi incessanti da parte delle migliaia di leghisti assiepati davanti al palco. Nonostante la pioggia battente dalle prime ore dell'alba e, soprattutto, nonostante la fatica che stavolta si fa davvero sentire, alla fine il Senatùr ce l'ha fatta. Così, dopo i consigli federali in via Bellerio, dopo il ritorno a Pontida e alle tante feste cui ha preso parte quest'estate girando come ai bei tempi tra Piemonte, Lombardia e Veneto, pure la traversata dal Monviso a Venezia con annesso rito dell'ampolla può essere consegnata al libro della storia. Quella personale di Umberto Bossi, ovviamente, che dopo essere stato a un passo dalla morte e portandone tuttora visibili i segni, si sforza e combatte per tornare lì dove è sempre voluto stare. Nella sua Lega e tra la sua gente. Per il Senatùr questo di Venezia è forse lo sforzo più grande. Perché il freddo di venerdì e sabato sul Monviso si fa ancora sentire nelle ossa («su era terribile, poi arrivo qui e trovo la bora», scherza lui). Così, dopo un primo breve intervento, il Capo si ritira nel retro del palco per riposarsi un po'. Con lui c'è Maurizio, l'infermiere che lo segue come un'ombra da mesi, e pure Vincenzo, 37 anni, fisioterapista di Varese. Sono loro che si occupano del difficile recupero del Senatùr. Oltre ovviamente alla famiglia, presente a Venezia al gran completo (la moglie Manuela Marrone e i tre figli). Bossi - giacca e cravatta verde con camicia e sciarpa bianca - torna ancora sulle questioni europee, sui dazi e sul sistema assistenziale che «ormai è fallito». «Quell'epoca - spiega - è finita, oggi siamo davanti a un grande cambiamento. La storia dice che sta venendo il federalismo, un grande passaggio che ci porterà la libertà». «La devoluzione - aggiunge - dobbiamo ancora guadagnarcela, manca qualche passaggio ma siamo convinti di farcela. Il risultato si sta avvicinando». Applausi. A cui Bossi replica con un augurio: «Ai fratelli veneti e padani, a tutti i fratelli. Noi lottiamo per la libertà». La voce è un po’ flebile, causa il freddo e l'umidità. Ma il carattere è sempre il suo se quando Rosy Mauro lo invita a girarsi verso il pubblico lui replica polemico: «Guarda qua, guarda là, ma mi lasci stare». A compensare il tono di voce del Capo, c'è però tutta la Lega. Anche Sara Fumagalli, tra le prime ad arringare la piazza. «I popoli padani - dice la moglie di Roberto Castelli e presidente di un’associazione che si occupa dei Paesi del terzo mondo - sanno anche armarsi e la nostra arma è il sacro rosario». Parla Gian Paolo Gobbo, sindaco di Treviso e segretario della Liga Veneta, che si appella a Venezia e a San Marco («dacci una mano tu, perché vogliono staccare le croci dai muri»). Poi tocca a Castelli. «Pensavano di averci cancellato, credevano che senza Bossi avremmo litigato. Invece no, siamo ancora qui. E il nostro collante - dice - è stato il popolo padano». Il ministro della Giustizia attacca la sinistra perché «alle primarie c’è anche un candidato incappucciato (quello dei no global di Casarini, ndr) che ricorda i terroristi e i tagliatori di teste in Irak». Calderoli, invece, se la prende con «monsignor Romano Prodi» che va in giro «con il suo pullman giallo» perché «ha simpatia per la Cina. È sua la colpa nell’ingresso nell’euro e ora ha pure tirato fuori le coppie di fatto». «Ehi - alza il tono di voce il ministro delle Riforme - non avrà mica quel difetto lì». Parole critiche anche per il ministro dell’Interno Pisanu, perché con la Consulta islamica «li legittimiamo». Ed è durissimo sull’immigrazione: «Se ne tornino nel deserto a parlare con i cammelli o nelle giungle a parlare con le scimmie». Parla pure di devoluzione, Calderoli. «Siamo partiti da una secessione democratica e pacifica, siamo passati al federalismo e ora lo stiamo per ottenere». L’altolà arriva da Roberto Maroni. «È arrivata l’ora di riscuotere, di andare all’incasso. Se non passa il federalismo - dice il ministro del Welfare - usciamo dalla Casa delle libertà». Si continua così, con il prosindaco di Treviso Giancarlo Gentilini che chiede «la mobilitazione del popolo veneto» a suon «di cartoline di precetto verdi». «Dico questo - urla tra gli applausi - perché siamo in guerra contro chi vuole distruggere la nostra cultura e le nostre tradizioni». Non delude le attese della piazza neanche Mario Borghezio, forse l’oratore più amato dal popolo leghista. L’eurodeputato ha un pensiero per l’imam di Torino («si è preso un bel calcio nel sedere dalla Lega»), una parola per Prodi («una mer... »), attacca («Roma ladrona che non fa un c... ») e ringrazia Calderoli per aver «ricordato la secessione». «Ha evocato il futuro», dice sommerso dagli applausi e da un ritmico cantilenare che si alza dalla folla: «Secessione, secessione, secessione».