Per la legislatura un inizio pieno di rebus

Paolo Armaroli

Mesi fa i sondaggi davano l’Ulivo in forte vantaggio sulla Casa delle libertà. E Fassino, che aveva già promesso ai suoi la spartizione delle spoglie ministeriali, se ne uscì con questa bella pensata. A suo avviso, dopo il voto del 9 e 10 aprile il presidente della Repubblica attualmente in carica poteva nominare senza indugio il nuovo governo e solo dopo il Parlamento in seduta comune, integrato dai delegati regionali, avrebbe eletto il nuovo inquilino del Quirinale. Laureato in scienze politiche e persona ragionevole, di fronte alle nostre obiezioni il segretario della Quercia si chetò. Oggi che i sondaggi sono alquanto ballerini, Prodi ha dato torto a Fassino e, bontà sua, ragione a noi. Il fatto è che tale questione non può essere misurata con il metro dell’opportunità politica ma va doverosamente risolta Costituzione alla mano. E allora, occhio alle date. Il 28 aprile le nuove Camere si riuniranno per la prima volta. Nel giro di due giorni il Senato eleggerà il proprio presidente. Difatti al quarto scrutinio è previsto il ballottaggio. Alla Camera, al contrario, le cose potrebbero complicarsi. Perché, a partire dal quarto scrutinio, occorre la maggioranza assoluta dei voti per l’elezione del suo presidente. Costituiti poi i rispettivi Uffici di presidenza ed eletti i capigruppo parlamentari nei giorni successivi, in teoria tutto sarebbe pronto per le consultazioni al Quirinale in vista della formazione del nuovo governo.
Tuttavia le controindicazioni sono molteplici. Per cominciare, Ciampi è stato eletto il 13 maggio 1999 e ha giurato cinque giorni dopo. Perciò il suo settennato scadrà il prossimo 18 maggio. Ora, sarebbe costituzionalmente corretto che un presidente della Repubblica a pochi giorni dalla fine del suo mandato proceda alla formazione del nuovo governo? Riteniamo di no. E, conoscendo lo scrupolo costituzionale dell’attuale inquilino del Quirinale, sospettiamo di essere in buona compagnia. Augusto Barbera, che è un fior di costituzionalista, ha tuttavia obiettato che vanno presi in considerazione due casi ben distinti. Qualora l’esito del voto del 9 e 10 aprile dia un sostanziale pareggio tra le due coalizioni, è chiaro che il capo dello Stato dovrebbe passare la mano al suo successore. Ma qualora una sicura vittoria arridesse all’Unione, perché mai il governo di centrodestra presieduto da Berlusconi dovrebbe rimanere in carica ancora per diverse settimane? Rispondere a questo interrogativo è la cosa più facile del mondo. Perché altrimenti avremmo un ingorgo incredibile. Facciamoci un po’ di conti. Supponiamo che Ciampi proceda alla svelta alla nomina del nuovo governo. Entro dieci giorni dal giuramento esso dovrà presentarsi alle Camere per ottenere la fiducia. Orbene, se il nuovo presidente della Repubblica non verrà eletto nelle prime votazioni e invece le cose andranno per le lunghe, il dibattito fiduciario si incrocerà inevitabilmente con l’elezione del capo dello Stato. E si badi, non si tratta di un caso meramente scolastico. Solo Cossiga e Ciampi sono stati eletti al primo scrutinio. Occorsero invece quattro scrutini per eleggere Einaudi e Gronchi, nove per Segni, sedici per Pertini e Scalfaro, ventuno per Saragat e addirittura ventitré per Leone. Chi ci assicura che stavolta la ciambella riuscirà con il buco? E allora correttezza vuole che sia eletto prima il capo dello Stato e poi venga formato il governo.
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