Legittimo pregiudizio

Un politico coraggioso che ha l’intelligenza di elogiare il pregiudizio. «Andate in vacanza secondo le vostre preferenze considerando però realisticamente la minaccia terroristica». Ci ha detto così il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. E probabilmente, tornando dalle vacanze, ci dirà di andare a lavorare secondo le nostre abitudini, considerando però realisticamente la minaccia terroristica.
Come è possibile? Muovendoci con la scorta, indossando la maschera antigas, tenendo in tasca una pistola? No, evidentemente; bensì con una buona dose di pregiudizi.
Il pregiudizio viene generalmente considerato un’offesa alla ragione, un rifiuto dell’esperienza, un’adesione ignorante a comportamenti privi di riflessione critica. Ma sono tutti luoghi comuni. No, perché la costruzione di un vero pregiudizio è a fondamento del più razionale modo d’essere. Lo ha spiegato con straordinaria acutezza il filosofo Martin Heidegger. Per esempio, uscendo di casa perché imbocco la porta e non salto dalla finestra sfracellandomi? Forse perché conosco la legge di gravitazione universale e quindi la mia decisione si basa sul fatto di sapere scientificamente quali disastrosi effetti comporterebbe uscire dalla finestra anziché dalla porta? Evidentemente no; evidentemente ho un pregiudizio che mi suggerisce per il mio bene di prendere la via dell’uscio senza bisogno di conoscere le leggi della fisica o tanto meno di avere un’esperienza diretta del problema.
La stessa cosa accade quando metti in moto la macchina girando la chiave: so che la macchina parte, ma non perché parte; e quanti sono coloro che sanno cosa succede quando si preme l’interruttore e si accende la luce? Eppure tutti fanno quel gesto attendendosi che la luce si accenda: si tratta appunto di un pregiudizio. E Martin Heidegger ha dedicato migliaia di pagine della sua riflessione per sottolineare quale importanza abbia la formazione di un pregiudizio e la sua pratica nello sviluppo intelligente della vita.
Non so se Pisanu sia uno studioso di Heidegger, tuttavia la sua affermazione, in un momento tanto rischioso della nostra storia, è una semplice conseguenza del pensiero del filosofo tedesco. Purtroppo, in questi tempi di minaccia terroristica, il pregiudizio - dal punto di vista dell’esistenza individuale - è il sospetto; dal punto di vista storico è la fine (oppure, ottimisticamente, la sospensione) di ogni ipotesi multiculturale. Multiculturalismo significa, in parole povere, che il cane, il gatto e il topo possano mangiare felicemente nella stessa ciotola. Cioè, che in una comunità possono convivere realtà religiose, etniche, culturali tra loro profondamente diverse ed eventualmente, in tempi trascorsi, anche tra loro conflittuali.
La minaccia terroristica mostra che questa è una illusione: il cane, il gatto e il topo sono costretti a mangiare nella stessa ciotola, ma aspettandosi da un momento all’altro qualche cattiveria dal compare. Dunque, il fatto che il cane, il gatto e il topo non vadano d’accordo non è un pregiudizio ma molto buonsenso che aiuta loro a sopravvivere.
Ecco allora il sospetto. In fondo, in tempi per così dire normali, forse ci si vergognava se, istintivamente, si evitava in metropolitana di sedersi accanto a un extracomunitario o se non si frequentava più il bar sotto casa perché troppo frequentato da gente con la faccia scura. Ma ora? «Considerando realisticamente la minaccia terroristica», quel pregiudizio di cui forse ci si vergognava non diventa adesso una comprensibile forma di difesa anche psicologica?
Certo, ci affidiamo alle forze dell’ordine, ai servizi segreti che stanno operando bene, ma alcuni pregiudizi ci possono evitare una fine tragica.