Ma lei voleva davvero morire? Tutti i dubbi ancora irrisolti

Il papà Beppino sostiene di fare la sua «volontà». Però è soltanto
presunta: Elu non ha lasciato nulla di scritto. E le testimonianze sono
discordanti

C’è una parola, un vocabolo che di solito si spreca quando si tratta di questioni così delicate. Che nei giornali viene sparso a manciate, e invece per Eluana Englaro è stato cancellato. È l’aggettivo «presunto». Il papà Beppino combatte da anni perché sia riconosciuta e attuata la volontà della figlia. Errore. La presunta volontà. Eluana non ha mai detto che, se si fosse trovata nelle condizioni in cui versa da 17 anni, avrebbe voluto morire. Non l’ha detto e tantomeno l’ha scritto, nulla ha lasciato per manifestare la propria volontà, non esiste un appunto, un biglietto, una pagina di diario in cui la giovane abbia espresso, anche indirettamente, il desiderio di fare la fine verso cui è stata destinata, quello che la Corte d’appello di Milano, in un linguaggio gelido come una sala autopsie, chiama «rifiuto del trattamento di sostegno vitale». È un errore che il decreto in questione non compie, infatti parla sempre di «volontà presunta» o presuntiva. Che è stata ricostruita in base alle carte del tutore, ai ricordi del papà, alle testimonianze di tre amiche. Eluana era uno spirito libero, allegro, con mille interessi, sognava di viaggiare, doveva sempre fare qualcosa. Voleva «una vita che poteva essere vissuta pienamente», come tutti i ragazzi di vent’anni del mondo. Le compagne hanno raccontato che Eluana rimase traumatizzata al capezzale di un amico in coma dopo un incidente. «Mi aveva confidato che secondo lei era meglio se fosse morto perché quella non poteva considerarsi vita», dichiarò Francesca Dall’Osso. Eluana non parlava di sé, del proprio destino; tuttavia la giustizia ha esteso il significato di quelle parole. Ha ricostruito, appunto, una volontà presunta. Le varie corti che hanno esaminato il caso hanno ascoltato il padre, il curatore, le tre amiche. Ne emerge un intento incrollabile, una determinazione assoluta. Eppure altre testimonianze, non acquisite dai giudici, sono di segno diverso. Federica Airoldi, per cinque anni compagna di classe di Eluana al liceo Maria Ausiliatrice di Lecco, ricorda che era «una ragazza come noi, contenta di vivere. Frequentava tranquillamente la scuola e partecipava alle celebrazioni religiose. Non ricordo che abbia mai manifestato o confidato commenti relativi a una vita degna o meno di essere vissuta: pensieri lontani dalla mente di ragazze di 17-18 anni».
In classe si parlò del caso di Rosanna Benzi, la donna morta nel 1991 dopo 29 anni passati in un polmone d’acciaio. «Non ricordo particolari prese di posizione da parte sua o di altre compagne», rievoca una seconda compagna, Laura Magistris. E non le rammenta nemmeno una terza, Flavia Monti: «Non ricordo prese di posizione nette e decise rispetto ad argomenti di questo genere, nemmeno rispetto al caso di Rosanna Benzi». Aggiunge il loro professore di filosofia, Romeo Astorri, oggi preside di giurisprudenza all’Università cattolica di Piacenza: «Senz’altro mi ricorderei di sue opinioni nette e definitive su questi temi».
Gli atti che autorizzano Beppino Englaro a lasciar morire la figlia presentano dunque lacune, imprecisioni, omissioni? Sono state trascurate testimonianze «scomode»? Il sospetto è forte. Non sono gli unici interrogativi. Secondo la Corte d’appello di Milano, Eluana «ebbe una crisi di rigetto e di insofferenza» dopo tre anni di liceo dai salesiani. Eppure terminò gli studi e due anni e mezzo dopo la maturità, tre settimane prima dell’incidente, inviò un biglietto pieno d’affetto a suor Rina Gatti, sua ex insegnante di lettere. «Volevo dirti sinceramente che mi manchi! Sì! E adesso chi mi sgrida quando ne combino una delle mie?», scriveva tra l’altro. L’originale della missiva è in possesso del signor Englaro, che però non l’ha inserito tra gli atti.
La Corte descrive Eluana come insofferente verso la scuola cattolica, le suore, la Chiesa. Come mai non cambiò istituto? Perché, se era così estenuata, «partecipava alle celebrazioni religiose»? Perché manteneva intensi rapporti con una prof se, come scrive la Corte, detestava «un corpo docente refrattario al confronto e al dialogo»? Perché, se non sopportava preti e suore, decise di trasferirsi all’Università cattolica di Milano dopo quasi due anni inconcludenti a giurisprudenza in Statale? I fascicoli processuali non rispondono. E se nelle aule di giustizia la personalità di Eluana è stata ricostruita in modo così lacunoso, come si può essere certi che anche il resto rispecchi fedelmente ciò che pensava?
Ma c’è un’ultima testimonianza che da sola basterebbe a riaprire il caso. È la lettera aperta di Pietro Crisafulli, fratello di Salvatore, risvegliatosi dopo due anni di stato vegetativo. «Beppino Englaro mi confessò, in presenza di altre persone, che non era vero niente che sua figlia avrebbe detto che, nel caso si fosse ridotta un vegetale, avrebbe voluto morire. Mi disse che alla fine si era inventato tutto perché non ce la faceva più a vederla ridotta in quelle condizioni». Troppi interrogativi lasciati in sospeso mentre Eluana va a morire.