Leigh mette in scena la grande storia della democrazia, ma non convince

"Peterloo" racconta il massacro inglese del 1819 in un film troppo didascalico

da Venezia

Era una giornata di sole quel lunedì 16 agosto del 1819 a St Peter's Field, estrema periferia di Manchester, capitale del tessile e punta di diamante di una rivoluzione industriale ormai avviata. Sul trono d'Inghilterra c'è un re demente, Giorgio III, e così la corona è affidata al «principe reggente» suo figlio, il futuro Giorgio IV, ma al momento solo «Giorgio il grasso», come l'ha chiamato una volta Lord Brummell, un soprannome che gli è valso l'esilio. Il partito al governo incarna l'aristocrazia terriera del Paese, solo il 2 per cento della popolazione ha diritto di voto, Manchester non ha rappresentanza parlamentare, quattro anni dopo la fine della guerra in Europa con la sconfitta di Napoleone a Waterloo, l'Inghilterra è una nazione morsa dalla crisi economica, dalla disoccupazione, dal crescere delle tensioni sociali e dalla cecità della sua classe dirigente, incapace di vedere al di là dei propri privilegi. St Peter's Field rappresenta in questo panorama la più grande manifestazione pubblica nel nord del Paese, un famoso oratore riformista, Henry Hunt, venuto apposta da Londra, una partecipazione popolare che sfiora le 60mila persone, con tanto di donne e bambini, tutti con il vestito buono della festa. Hunt terrà un discorso incentrato sul diritto di voto, ovvero sulla necessità del suffragio universale. È famoso per la sua eloquenza, ma anche per la sua moderazione: sa infiammare, ma non è un agitatore sconsiderato.

L'idea di un comizio così gigantesco ha però mandato in tilt il sistema, anche perché il malcontento serpeggiante un po' dappertutto non si manifesta sempre in guanti bianchi. Qualche giorno prima, a Londra, la carrozza del Reggente è stata oggetto del lancio di una patata, trasformatosi nelle comunicazioni al Parlamento in un colpo di pistola... Così la camera ha sospeso l'Habeas Corpus, ovvero i diritti della difesa, e rafforzato il contingente militare del distretto settentrionale, mille uomini, fra Ussari e Fanteria reale, più la polizia e la Cavalleria volontaria. L'andirivieni di spie e agenti provocatori, l'intercettazione della corrispondenza raggiungono il parossismo: tutti ingigantiscono il pericolo, ognuno lo crea in base al timore che prova.

Così, quel giorno a Manchester si decide di permettere la manifestazione, legalmente non la si può vietare, di dichiararla però illegale subito dopo, arrestandone poi l'oratore, di disperdere la folla con l'esercito infine. Ciò che verrà fuori i giornali lo definiranno il «massacro di Peterloo», un campo di battaglia civile quanto Waterloo lo era stato dal punto di vista militare: gli Ussari che caricano a cavallo, la folla impazzita e impossibilitata a scappare perché le vie di fuga sono state bloccate dai militari, oltre 16 morti, un migliaio di feriti.

Da questo fatto storico, che nel tempo finirà con il rappresentare un momento decisivo della democrazia britannica, Mike Leigh, il regista di Turner, di Segreti e bugie, Palma d'oro a Cannes, Il segreto di Vera Drake, Leone d'oro qui a Venezia, ha tratto purtroppo un film sbagliato, troppo lungo, oltre due ore e mezzo, troppo corale, un proliferare di protagonisti e di storie parallele, troppo didascalico e in alcuni momenti macchiettistico, il proletariato buono per natura, il padrone ripugnante anche fisicamente. L'ansia di voler dire tutto e far vedere tutto gli si è alla fine rivoltata contro.

Dice Leigh che «il massacro di Manchester suona ancora per infinite ragioni nel nostro caotico mondo del XXI secolo. Ma è anche una celebrazione del potere della speranza e un lamento contro l'inesauribile capacità di distruzione dell'uomo». Naturalmente, ha ragione nelle intenzioni, ma nella pratica il suo Peterloo è un'occasione perduta.