L'elezione di Gül

L’Europa ha capito poco o perlomeno solo in parte, come sempre quando si parla di Turchia. Il capo della Commissione Ue Barroso «si è congratulato di cuore» per l’elezione di Abdullah Gül alla presidenza della Repubblica turca, che «darà nuovo impulso alle riforme». Prodi lo ha salutato «come un uomo di grande intelligenza» destinato a essere un grande statista. Il Partito socialista europeo pronostica addirittura «un rafforzamento della democrazia nel percorso verso l’Ue». Per loro Gül è un moderato, affidabile. Islamico? Sì, ma non più di quanto lo siano i democristiani tedeschi o quelli italiani. Insomma, il nuovo capo dello Stato turco sarebbe una sorta di Helmut Kohl musulmano.
La realtà, purtroppo, è diversa. Perché il partito per la Giustizia e il Progresso (Akp) del premier Erdogan e dello stesso Gül ha una doppia agenda. Una economica e strategica dichiaratamente moderna, che applica con dovizia le riforme suggerite dal Fondo monetario internazionale, liberalizza l’economia, rinsalda i legami con gli Usa e accetta le condizioni poste da Bruxelles per continuare le trattative in vista dell’adesione alla Ue. Ma poi ce n’è un’altra, che la classe politica e i media europei si ostinano a non vedere.
Hanno cambiato tattica, gli islamici turchi. Fino alla fine degli anni Novanta puntavano a sovvertire la Costituzione rigorosamente laica voluta dal fondatore della Repubblica Kamal Atatürk 80 anni fa. Ma l’esercito glielo impediva. E muro contro muro perdevano. Poi hanno capito che esisteva uno strumento più efficace e non violento per riportare la Turchia sulla via del Corano. L’islamizzazione strisciante. Anziché sovvertire le istituzioni, hanno iniziato a svuotarle progressivamente dall’interno, contando sulla trasformazione silenziosa dei costumi sociali, che è molto più efficace di una rivoluzione. Negli ultimi cinque anni in Turchia si sono moltiplicate le scuole musulmane, è aumentato il numero delle donne che indossano il velo; intere città ora rispettano il ramadan e vietano gli alcolici nei locali pubblici, mentre nell’amministrazione pubblica fanno carriera i funzionari di provata fede. Viaggiando nella Turchia di oggi ci si accorge che le zone moderne e autenticamente laiche sono limitate alle località turistiche sul mare e ai centri delle grandi città come Istanbul, Ankara, Ismir. La Turchia profonda è sempre di più musulmana.
Oggi l’Akp concentra su di sé poteri senza precedenti: ha la maggioranza assoluta dei seggi, la presidenza della Repubblica, del governo e del Parlamento. E davanti a sé ha altri cinque anni di supremazia.
Quella di ieri è stata una giornata storica perché è crollato uno dei tre bastioni a difesa dei valori secolari: la presidenza della Repubblica, l’esercito e la Corte costituzionale. Gül è il primo capo dello Stato dichiaratamente islamico e sarebbe ingenuo pensare che non intenda avvalersi di questo privilegio per realizzare il Fine Ultimo, un tempo dichiarato e ora sapientemente celato. Certo inizialmente eviterà gesti plateali o inutili strappi protocollari, come quelli in violazione delle consuetudini che impediscono alle donne velate di assistere a cerimonie negli edifici pubblici. Ieri, al momento del giuramento, la neo first lady non era al suo fianco: ha preferito restare a casa pur di non togliersi il velo.
Si sacrificherà, Gül, che ieri ha promesso imparzialità. D’altronde non ha fretta. Sa che la linea seguita finora è risultata vincente. Ora basta continuare, possibilmente infiltrando le ultime due cittadelle, l’Alta Corte e le Forze armate. Ci riuscirà? A Istanbul c’è chi spera di no e fa affidamento sul capo di Stato maggiore, Yasar Buyukanit, che ieri ha disertato polemicamente la cerimonia d’insediamento del neopresidente, 24 ore dopo aver lanciato un durissimo monito «contro le forze del male che erodono la natura secolare della Repubblica». Ma l’esercito ha perso la battaglia elettorale di luglio e non sembra più in grado di bloccare l’avanzata islamica. Il finale sembra già scritto, con il plauso di questa improvvida Europa.
Marcello Foa
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