Lella Costa affronta «Amleto» per indagare il nostro presente

Il palcoscenico è nudo; la scenografia scarna ed essenziale. Quasi un non-luogo (o forse un «ogni luogo») abile ad ospitare una storia vecchia quanto l’uomo e un racconto moderno, sospeso tra lucidità e follia. Lella Costa riscrive sulle sue corde eclettiche ed eleganti la tragica vicenda di Amleto e ne scandaglia i meandri più mitici, costruendo uno spettacolo/narrazione che trascende la celebre tragedia shakespeariana per aprirsi a suggestioni e rimandi universali. Il risultato? Un Amleto originale e sui generis che - complice la fanciullesca regia di Giorgio Gallione - esplora leggende antiche e tradizioni arcaiche al fine di rintracciare quel filo sottile che lega i fool e i malinconici di sempre al triste principe di Danimarca, spirito in vibrante attesa di risoluzione, «intellettuale» pervaso da inquietudini e oscillazioni assai simili alle nostre, emblema senza tempo di fragilità poste al confine tra oscurità medievale e soleggiate tensioni moderne. Si tratta dunque di un lavoro (debutto stasera all’Ambra Jovinelli e poi repliche fino al 2 dicembre) che prosegue e approfondisce la ricerca della Costa - attrice/autore sempre capace di guardare l’oggi attraverso la voce della parola letteraria e poetica più colta e, al contempo, attraverso un’espressività ironica e grottesca votata alla leggerezza più impegnata - proponendo un viaggio fabulatorio (e fisico) nella pazzia umana e nelle sue diverse declinazioni. Il testo cuce insieme, infatti, materiali disparati dentro i quali l’animo giullaresco - ma ombroso - di Amleto finisce col riecheggiare quello del nordico Amlodi (figura ispiratrice del dramma), quello del matto Feste e del buffone di Re Lear, quelli di Ofelia e Giulietta. Quasi fossimo tutti chiamati ad un bagno di sana eccentricità in cui rifletterci e riconoscerci.