Lella Costa rilegge «Alice» una storia tutta da vedere

Il mondo infantile di una bambina disegnato da Lewis Carroll permette all’attrice di scoprire alcuni aspetti della realtà

Viviana Persiani

Divertente, affascinante, un biglietto di sola andata per una serata di svago, ma nel contempo rigoroso, di un tragico realismo dove la fantasia e il sogno del mondo infantile possono trasformarsi in una triste cronaca della contemporaneità.
Alice - Una meraviglia di paese è lo spettacolo che Lella Costa presenterà questa sera all'ex Ospedale psichiatrico Paolo Pini, dando vita ad una rilettura originale della fiaba di Carroll. È proprio Lella Costa a raccontare come, attraverso una nuova chiave di lettura del racconto fantastico di Alice, abbia realizzato una messinscena capace di fare riflettere e non solo di sognare. «Si tratta di un lavoro scritto a più mani da me, da Giorgio Gallione, che ne segue anche la regia, da Massimo Cirri e da Adriano Sofri. La scorsa stagione la messinscena ha visto la luce sulla scena del Piccolo Teatro, prima di veleggiare per una intensa tournée».
Come mai diretta da Gallione?
«Dopo aver lavorato alacremente e a lungo con Gabriele Vacis, ho preso una pausa, scegliendo di legarmi professionalmente a Gallione, artista che coltiva da anni una forte passione per il personaggio di Alice; tant'è che in teatro ha già offerto differenti versioni della favola di Carroll».
Drammaturgicamente come avete lavorato?
«Abbiamo posto in evidenza i potenziali spunti per effettuare incursioni nel contemporaneo, analizzando i particolar modo i due temi fondamentali: l'infanzia e il tempo».
Ovvero?
«Polemizzo, ad esempio sul personaggio maschile di Peter Pan, dal quale è nata la sindrome che interessa l'universo degli uomini; sì, perché quando i maschi hanno un problema, quest'ultimo si deve inevitabilmente trasformare in sindrome. Scherzi a parte, abbiamo preso in esame gli elementi forti della storia di Alice, anche se lontano anni luce dalla realtà odierna. Senza dubbio, se la storia originale era frutto della fantasia, l'assurdità della vicenda è il filo conduttore che lega tutti i quadri del mio spettacolo».
In che senso?
«Dipingo sulla scena una società dove alcuni bambini vivono nel lusso più sfrenato, in assoluta libertà, senza conoscere l'universo infantile meno fortunato, quello che è costretto a lavorare in pessime condizioni, a prostituirsi per un pezzo di pane, senza dimenticare quella parte, invece, che muore di fame. Comunque, offro sulla scena uno spettacolo di grande dolcezza che si sviluppa attorno ad un filo di narrazione, sorretto dalla poesia e dall'ironia che Antonio Marras crea attraverso gli abiti, capace di ondeggiare sulle ali delle musiche originali di Stefano Bollani».