L'enciclica di Moretti: "No, il dibattito no..." Ma poi parla da papa laico

S’arrabbia per le &quot;solite domande&quot; poi difende il proprio ateismo soft. E se gli rimproverano di lavorare poco: &quot;Nei prossimi 58 anni farò più film&quot;<br />

da Cannes

«No, il dibattito no...». Non lo dice, ma lo pensa, Nanni Moretti all’ennesima domanda se Habemus Papam non abbia una lettura nascosta, un’allegoria criptica, una denuncia segreta, un monito, un’indignazione, un vade retro e, naturalmente, un abbasso Berlusconi... «Sempre a chiedermi perché ho fatto un film politico, perché non ho fatto un film politico, perché ti sei schierato, perché non ti sei schierato, perché sei antipatico, ma quanto sei stronzo... Capisco che i vostri direttori vogliano sempre lo stesso copione, e quindi mi verrebbe di rispondere “come sopra”: quando volete da me un giudizio politico andate a riprenderlo da quelli da me espressi in passato. Cannes mi piace perché, a differenza che in Italia, qui si discute di film, io vengo con un film, vorrei parlare del mio film».

Moretti è un curioso concentrato di provincialismo aristocratico. Alloggia in un buon albergo, il Gray d’Albion, e non nei più celebri hôtel che stanno sulla Croisette, ma alla conferenza stampa di Habemus Papam ha schierato fra attori, sceneggiatori e produttori una decina di persone. Viaggia in treno, perché ha paura dell’aereo, è critico sullo stato della cultura in Italia, ma non parla alcuna lingua straniera e quando gli mettono l’auricolare con la traduzione simultanea non sa farlo funzionare. È considerato un po’ supponente, con uno spirito sprezzante, ironico verso chi si lamenta e si commuove con troppa facilità, ma alla fine della proiezione per il pubblico non ha saputo trattenere le lacrime di fronte al lungo applauso che l’ha salutata.

Di Habemus Papam in Italia si è parlato molto, quasi sempre bene, sempre con il retro-pensiero di chi però avrebbe voluto vedere un altro film. «Non capisco quelli che vogliono andare al cinema per vedere una pellicola di cui già sanno il finale perché l’hanno scritto loro. A me piace stupirmi, fare qualcosa di diverso da quello che ho già fatto».

Cattolico di educazione, ma non praticante e tanto meno credente, più che un film sulla religione ha fatto un film dove la fede non ha spazio. «Io non ho una posizione conflittuale, frontale, trasgressiva nei confronti della Chiesa cattolica. Questo poteva essere il caso di Pasolini, di Buñuel, ma non è il mio. Quando ero ragazzo c’era una frase, proprio di quest’ultimo, che andava di moda sulle magliette: “Grazie a Dio sono ateo”... Ecco, senza prenderla né troppo sul serio né in modo blasfemo, è un po’ la mia posizione. Questo ti consente un distacco che diventa umanizzazione. Quello è il mio Papa, i miei cardinali, il mio modo di vedere le cose. È un taglio diverso, curioso, ed è quello che mi interessa».
Da molti anni ormai nei suoi film Moretti ha spesso un ruolo di educatore-confessore, di chi giudica, dà consigli, voti, pagelle e scappellotti. Prete, professore, psicanalista, capitano di una squadra di pallavolo... Una vocazione, un caso, una necessità? «Francamente non saprei rispondere, non ho mai pensato a un’ermeneutica delle mie interpretazioni. Probabilmente c’è dentro un po’ di tutto, si scelgono dei ruoli istintivamente, altri se ne scartano in corso di sceneggiatura. Io non scrivo dei soggetti con una progressione matematica, non faccio delle gabbie ferree, è tutto molto libero. L’unica cosa di cui ero certo è che non avrei fatto il papa, anche se erano in molti a pensare l’esatto contrario».

Il distacco nei confronti della religione permette ad Habemus Papam un approccio più libero e più disinvolto. Il rischio è che ci si chieda perché, non essendoci un coinvolgimento emotivo, alla fine si sia fatto un film su una materia di per sé estranea. Paradossalmente, più il papa morettiano fugge il Vaticano, più lo psicanalista Moretti si immerge in un Vaticano ludico e di fantasia, una sorta di giardino d’infanzia dove si gioisce e ci si diverte con poco. «In effetti c’è una simmetria fra quelle due posizioni, che è evidente a film concluso, ma non era tale in corso d’opera. Anch’essa fa parte di quel percorso creativo detto prima. Quando si scrive, si sa da dove si parte, ma non dove si arriva. Non è che io scriva in stato di trance, ma insomma la mente divaga e insegue nuove suggestioni».
Leggermente sovrappeso, abbastanza rilassato, soddisfatto per come finora il film stia andando in Italia, Moretti spera che questo sia solo l’inizio.

«Mi piacerebbe naturalmente che avesse successo all’estero, possibilmente senza doverlo supportare con la mia presenza, perché ho un equilibrio psicologico fragile e viaggiare non fa per me. Comunque, vedremo. Da Cannes non mi aspetto nulla e mi aspetto tutto: ci sono venuto quattro volte, ho già vinto, l’unica cosa che conta è che il film piaccia. È vero che non sono un regista prolifico, ma nei miei prossimi 58 anni di vita vedrò di aumentare la produzione».

Non potendo parlare di Berlusconi con lui, i colleghi italiani si rifanno con Michel Piccoli, il papa del film, che ne prende il posto, e lui non li delude. «La presenza di Berlusconi è un dolore per molti italiani e per molti francesi» dice. Avendo fatto il compito e trovato il titolo, se ne vanno contenti. Habemus Silvium.