LEO NUCCI alla Scala Un baritono da Guinness

Nella sua carriera lunga 40 anni ha interpretato Rigoletto ben 450 volte. Lunedì sera al Piermarini con «Largo al factotum» tratto dal Barbiere di Rossini

Quarant’anni di carriera di cui trenta spesi alla Scala. E che carriera: produzioni nei teatri chiave, con il meglio della regia e della direzione d’orchestra. C’è poi un dato da Guinness: il numero di apparizioni nei panni di Rigoletto, ben 450. È il Rigoletto, ma anche il Barbiere per antonomasia, i due ruoli-punta fra altri 68 affrontati fino ad ora. Proprio con l’elettrico Largo al factotum, appunto dal Barbiere di Rossini, esordisce il recital del baritono Leo Nucci, lunedì, ore 20, alla Scala dove tornerà in luglio per Traviata, poi nel Macbeth accanto al soprano Violeta Urmana. Al pianoforte, James Vaughan, per un campione di pagine estratte dalle opere che hanno segnato la collaborazione di Nucci con la Scala. Un baritono dal nome ed esperienze internazionali quello di Nucci, uomo venuto dal nulla, cresciuto a «tortellini, anzi polenta, e opera», dice lui, in un paesino di cinquemila abitanti, quel Castiglione dei Pepoli (Bologna) che campeggia in apertura di curriculum. Nucci, fra i miracoli dell’Italia volitiva, quella dei primi decenni del dopoguerra. Nel 1957 iniziava lo studio del canto, «per sei anni solo vocalizzi, e poi altri quattro per conoscere il repertorio», nel 1967 medaglia d’oro al Concorso di Spoleto, avvio di attività e poi un ripensamento: «In quel periodo circolava un numero impressionante di eccellenti baritoni. Mi chiesi: «Che posso fare, io, se già ci sono loro?» Non sono mai stato un carrierista, l’opera era un pane quotidiano, così decisi di mollare l’attività da solista. Dopo Carmen a Roma, nell’aprile 1970, entrai a far parte del coro della Scala». Tempo due anni, e Nucci iniziava a cedere alla tentazione di scritture che via via arrivavano. «Sono grato al Coro al sovrintendente di allora, Paolo Grassi, che mi concedettero un sacco di permessi per lasciare il teatro. Nel 1977 mi fecero debuttare per una recita del Barbiere, l’edizione di Salisburgo». E da quel giorno Nucci ha rimesso piede periodicamente alla Scala, vedi le venti produzioni accumulate, tra cui due inaugurazioni di stagione, Aida e Don Carlos con Abbado, Tosca, Trovatore e Otello con Muti, Simon Boccanegra con Solti.
Nucci è uno che non le manda a dire, neppure - o meglio, soprattutto - ai registi. Eppure ha i suoi registi del cuore, sono Zeffirelli, Ponnelle, Strehler e Fagioni.
Quarant’anni nel mondo del teatro d’opera, oggi in crisi, e non solo finanziaria. Nucci è chiaro, «rientrando dalla Svizzera notavo la penuria di neve e il ritirarsi dei ghiacciai. Noi stiamo rischiando di consumare i ghiacciai dell’opera, tra un po’ non ci sarà più acqua da bere. Ne ho parlato con Cofferati, Veltroni, a suo tempo con Bottiglione, è uno sbaglio tagliare i fondi, ma è anche vero che bisogna fare in modo che lo spettacolo possa essere fruito da più persone. Anche i registi dovrebbero ripensare i costi delle loro produzioni. Tutti dobbiamo porre freni». Quindi niente più polvere d’oro per Aida? «Se Aida costa 100 e viene ripresa 100 volte costa uno. Dipende quanto si ammortizza il costo di partenza».
Teatro alla Scala
lunedì sera
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