Leon, l’italiano d’America che ha scovato Osama

Alle 8 di venerdì 29 aprile, Leon Panetta mise una mano sulla spalla del vice ammiraglio William Mc Raven, comandante delle «Operazioni Speciali», e gli disse: «Ora è nelle nelle tue mani, amico. Ti auguro il meglio. Portacelo morto».
Poi chiamò il suo autista e a bordo della sua Chevrolet di servizio si fece portare in una chiesa nei pressi del Pentagono. Due «men in black», occhiali neri, braccia conserte e Beretta calibro 9 sotto l’ascella si piazzarono ai lati della porta d’ingresso della chiesa. Panetta si fermò a metà della navata centrale, scelse un banco sulla sinistra e si sedette, gomiti sulle ginocchia e polpastrelli premuti sulla fronte. Non stava pregando. Si stava solo riproiettando nella mente la scena studiata fin nei più minuti dettagli nel suo ufficio di Langley, giù all’«agenzia». E poiché, come dice sempre ai ragazzi del suo staff «non c’è niente di meglio che una chiesa per riflettere e concentrarsi», era lì che si era fatto portare.
A vederlo da lontano lo si sarebbe detto un pensionato qualunque a rapporto dal Padreterno. Certo nessuno, guardando quella figura solitaria in grigio, quel settantenne dall’aria dimessa, avrebbe mai pensato di essere di fronte al capo della Central Intelligence Agency; all’uomo che solo mezz’ora prima aveva definitivamente messo a punto la trappola in cui sarebbe caduto Osama Bin Laden.
Leon Panetta, ovvero un paisà alla Cia; ovvero il contributo italiano alla chiusura dei conti con lo «Sceicco del Terrore». Settantatre anni il mese prossimo, tre figli, cinque nipoti, Leon Edward Panetta è nato a Monterey, in California, dove il padre, un calabrese di Siderno, aveva un ristorante. A giorni, Panetta lascerà la Cia per assumere l’incarico di ministro della Difesa, cioè dell’organizzazione militare più potente del pianeta. E qui, prevedibilmente, chiuderà una carriera strana e un po’ romanzesca, come suggeriva del resto la sua duplice personalità. Da un lato, una specie di Gianni Letta, il nostro sottosegretario alla presidenza del Consiglio: politico raffinato, abile e intelligente mediatore, congressman tra i più accreditati, ex direttore dell’ufficio di Gestione e di Bilancio della Camera, ex capo dello staff di Bill Clinton. Dall’altro, uno di quegli uomini che pur non avendo alcuna esperienza militare, o forse proprio per questo, si è trovato perfettamente a suo agio tra generali, berretti verdi, incursori e agenti segreti, e ci ha preso gusto sciroppandosi 220 mila miglia per visitare 42 stazioni Cia nel mondo in poco più di due anni. Un uomo capace di sporcarsi le mani anche col «lavoro sporco», quando il «dirty job» è nell’interesse superiore del Paese. È lui, il fedelissimo di Obama apprezzato dal clan dei Clinton, che ha pianificato la formazione di squadre con licenza di uccidere ovunque nel mondo, in funzione antiterrorismo. Ed è lui che ha autorizzato certe pratiche diciamo così, un po’ disinvolte, come la tortura del waterboarding: appeso a testa in giù e acqua corrente sulla faccia finchè non dici basta.
A Siderno, 18 mila abitanti a poco più di 100 chilometri da Reggio Calabria, sulla jonica, in piena Locride, nessuno più si ricorda di «quei» Panetta che negli anni Trenta emigrarono in America. L’unica Panetta di qualche nome, sulla statale 106, è la cantante Lisa, 34 anni, terzo posto al festival di Sanremo del ’98 con Sempre, soprano «di coloratura», quanto al tipo di voce (nota più alta: La bemolle 5 nella canzone Adesso).
Alla Cia lo hanno sempre chiamato «lo zio». «Zio Leon». La faccia è un po’ da vecchio zio, infatti. Ma come si è visto, l’apparenza spesso inganna. «L’imprendibile è stato preso e ucciso», ha comunicato secco Panetta ai dipendenti dell’Agenzia a cose fatte. «Ma non ci fermeremo fino a quando non avremo preso l’ultimo responsabile dell’11 settembre». Uno «zio» un po’ duretto, insomma. Uno della Jonica.