Leonard Cohen, la leggenda del monaco bevitore

«Ho ricevuto il titolo di poeta e forse lo sono stato per un po’/anche il titolo di cantante mi è stato gentilmente attribuito anche se a stento ero capace di intonare un motivo/per molti anni sono stato considerato un monaco/ mi rasavo il cranio e indossavo lunghe vesti e mi svegliavo prestissimo/odiavo tutti ma fingevo di essere generoso e nessuno mi ha mai smascherato». Il culto della poesia come musica della parola è il tratto distintivo dell’opera di Leonard Cohen, sia nelle sue immortali canzoni sia nei suoi scritti, come la raccolta di poesie e disegni Il libro del desiderio, resoconto di un viaggio spirituale.
Che strano questo personaggio vissuto on the road per poi fermarsi a meditare sul cucuzzolo di una montagna, dove ha trovato la pace dello spirito e ritrovato - con il maestro ultranovantenne Seasaky Roshi - il gusto dell’alcool fino all’autodistruzione ben descritta in Quando bevo. È così che queste liriche materializzano immagini ora inquiete ora paciose, dal ritmo ipnotico che contiene la memoria ed il presente, la dimensione spirituale ed esistenziale. In Cohen convivono realismo e impeto visionario, e soprattutto un intenso incrocio di religiosità, sensualità e spirito pagano («Amo il Signore, lodo il Signore/il Signore io lo perdono/spero di non dovermi poi pentire/per averLo lasciato vivere» recita in L’ubriaco non ha sesso). Così sono ossessivi i riferimenti alla donna (La sposa infedele), al sesso (La nebbia della pornografia), al piacere (Ho bisogno di speed), alla madre (la lancinante Mia madre non è morta).
Nell’arte di Cohen gli opposti si attraggono in un contrasto di stati d’animo «alla ricerca della bellezza». Una bellezza non convenzionale guidata da una coscienza inquieta. Leggerlo può far male in liriche come Troppo vecchio dove con impressionante lucidità dice: «Sono troppo vecchio per imparare i nomi dei nuovi assassini/Questo qui ad esempio sembra stanco e affascinante dotto, professorale/Assomiglia molto a me/quando insegnavo una forma radicale di buddismo a folli senza speranza... Tutti quelli che affondano le mani nel sangue/masticatori di intestini scorticatori di scalpi/hanno tutti ballato con la musica dei Beatles/ hanno venerato Bob Dylan/ Amici cari di noi ne rimangono pochi/ costretti al silenzio/tutto il giorno a tremare nascosti in mezzo al sangue».