Leonardo in corsia

Ogni tanto cercano di spiegarti che i grandi uomini erano dei grandi malati: da quel depresso di Ippocrate sino a Klaus Kinski, attore che il Corriere online, l’altro ieri, spiegava esser stato fondamentalmente uno schizofrenico e uno psicopatico. Non che non lo fosse: il problema è la tendenza a interpretare la natura umana solo in chiave biologica. Abbiamo letto di tutto, ormai: il pessimismo di Leopardi era un problema di neurotrasmettitori, la sensibilità di Tchaikovskij una somma di fobie omosessuali, Van Gogh del resto era epilettico, Churchill era un depresso patologico, Paganini aveva la sindrome di Ehiers-Danlos, Rachmaninov quella di Marfan eccetera. Ma lasciando da parte le personalità di spicco (secondo Aristotele tutti gli uomini eccezionali erano melanconici) la medicalizzazione dell’esistenza non risparmia nessuno di noi: ogni dinamica sentimentale è stata chimicamente misurata in termini di serotonine, endorfine, vasopressine e ossitocine; il mal d’amore altro non sarebbe che un disturbo ossessivo-compulsivo. Una volta si scrivevano le poesie, ora prendi il Prozac. Le tristezze e le inquietudini creative, quelle che fanno porre i grandi interrogativi della vita, quelle che nei secoli hanno spinto alla ricerca dell’arte e della scienza (e perché no, anche di Dio) ormai sono voci del Dizionario psichiatrico. Essere umani è una malattia, ci spiegano.