Leonardo e la battaglia perduta

Benvenuto Cellini, il grande orafo del Cinquecento, le aveva definite la «scuola del mondo». La Battaglia di Cascina di Michelangelo e la Battaglia di Anghiari di Leonardo, affrescate con esito infelice nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio di Firenze, sono state studiate attraverso disegni e cartoni da generazioni di artisti. La parte superstite della Battaglia di Leonardo, che illustrava la vittoria della repubblica fiorentina sulle truppe milanesi ad Anghiari nel 1440, era stata ricoperta nel 1563 con affreschi di Giorgio Vasari. Purtroppo per noi posteri non è rimasto neppure un pezzettino della superba pittura di Leonardo.
La caparbia degli storici dell’arte, però, ha fatto sì che attraverso disegni, cartoni dello stesso Leonardo, pitture stampe, incisioni di seguaci e copisti, oltre a fonti scritte e documenti, la si potesse in certo modo ricostruire. È nata così la VII sezione della mostra «La mente di Leonardo», col sottotitolo «Al tempo della Battaglia di Anghiari», aperta sino al 7 gennaio presso il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, ideata e coordinata da Paolo Galluzzi (catalogo Giunti). Trentadue disegni originali di Leonardo, giunti da vari musei europei, manoscritti autografi, dipinti e sculture di altri artisti, cercano di restituire l’immagine della Battaglia di Anghiari, l’articolazione delle scene, il carattere dinamico e insieme bloccato della zuffa armata, la «pazzia bestialissima», come la definiva Leonardo. Non solo, ma la rassegna vuole ricreare l’intensità e la varietà della ricerca artistica e scientifica di Leonardo negli anni 1504-1506, quando appunto dipingeva la Battaglia. Una ricerca complessa, vasta, che spazia dalle tecniche artistiche all’anatomia, dallo studio della fisionomica alle dissezioni di cadaveri, dalle scoperte sul volo degli uccelli sino agli studi ottici, meccanici e idraulici a nuove interpretazioni iconografiche di antichi miti. Lo testimoniano preziosi codici e disegni rivelatori come I vasi e gli organi del torace e dell’addome, a penna e inchiostro, del 1507-1508.
E, a proposito di grafica, non poteva mancare un altro grande disegnatore, Michelangelo Buonarroti, di scena come architetto nella mostra. «Benché non sia mia professione. Michelangelo e il disegno di architettura» in corso al Museo Palladio di Vicenza (sino al 19 marzo, catalogo Marsilio, a cura di Caroline Elam; poi Firenze, Casa Buonarroti). Non era il suo mestiere, sosteneva con modestia l’artista, grande invece nei suoi progetti e schizzi. Lo confermano trenta disegni giunti dall’Ashmolean Museum di Oxford, dalla Christ Church della stessa città e da Casa Buonarroti, che raccontano il modo di lavorare di Michelangelo, dalla prima idea alla realizzazione architettonica. Tra i più interessanti il disegno di un arco trionfale, primo pensiero per un apparato celebrativo in onore di Leone X e il progetto per la facciata di San Lorenzo. Tra le curiosità versi e poesie annotate dall’artista sui fogli di architettura.
E intanto Torino espone alla Biblioteca Reale i più bei disegni olandesi della sua preziosa raccolta (sino al 7 gennaio, catalogo Allemandi): una cinquantina di fogli del Seicento, scelti tra i duecentoventicinque di maestri olandesi. Duplice l’interesse: da un lato la possibilità di poter ammirare paesaggi, ritratti, scene di genere, vedute di città e marine, interni borghesi, di seguaci di Rembrandt, e qualcuno anche del grande artista. Dall’altro, la conoscenza di un collezionista ottocentesco, il torinese Giovanni Volpato, l’abile artefice della collezione di grafica nordica, venduta nel 1839 a Carlo Alberto di Savoia.