Leonardo firma la lettera di dimissioni

nostro inviato a Milanello

C’è anche un Leonardo con la schiena dritta che ha la forza di mettere i puntini sulle i di Berlusconi e che tira dritto per la sua strada. «La mia libertà è intoccabile. Io lavoro con la mia testa, la mia autonomia e la mia libertà che non perderò mai» manda a dire. E quest’altro Leonardo, ascoltato in un silenzio ammirato dal crocchio dei cronisti a Milanello, prima di volare a Bari, non forza una sola parola, non sbava una sola espressione. Al Milan, di solito chi tocca il presidente Berlusconi è come chi tocca i fili dell’alta tensione: può restare folgorato. Leonardo è uno di famiglia e conosce anche il tono educato col quale affrontare il tema delicato. E cioè quel giudizio riferito dopo la sfida col Manchester («il Milan ha tutto per vincere, non lo fanno giocare bene») attribuito al patron.
La premessa personale è molto esplicita: «Ho letto di allenatore sulla graticola, in bilico: lo giuro, non sono preoccupato, al presidente, a Galliani e al club mi legano amicizia e stima. I nostri accordi, le scelte fatte e la politica sul mercato, sono tutti molto chiari». Gli serve per giungere in fretta a una conclusione senza paura: «Da 13 anni lavoro felicemente col Milan, ho fatto il giocatore, il dirigente e ora l’allenatore. Se il presidente ritiene che mi devo fare da parte basta una parola. Lo sa lui, lo sa Galliani, lo sanno i giocatori: se il rapporto finisce, io vado avanti e non c’è nemmeno il rischio di dover pagare due allenatori». Le dimissioni sono pronte. «Non c’è neanche un problema di costi, vista la nuova politica» l’unica stoccata. Già dopo Bergamo, quando traballò la sua fede nell’incarico, Leonardo propose a Galliani questo epilogo: venne ricacciato indietro con perdite dagli uffici di via Turati.
Lo scopo è uno e uno soltanto: «Queste parole non fanno bene alla tranquillità della squadra. Anzi non fanno neanche male perché si tratta di un gruppo maturo» la sua riflessione bipartisan prima della replica, nel merito, alle censure presidenziali. S’avventura Leonardo sulla resa fin qui avuta dal Milan: «La squadra va difesa. Fin qui ha fatto cose eccezionali, seconda o terza in campionato, in lotta agli ottavi di Champions, esprimendo un gioco, in certi momenti, eccezionale». Alzi la mano chi pensa che il Milan attuale stia viaggiando al di sotto dei suoi mezzi tecnici ed economici. E sul Manchester, la sua idea è la seguente: «Per gran parte della sfida abbiamo giocato noi meglio degli inglesi». Giudizio riferito nonostante il rischio dell’obiezione. «Certo, mi rendo conto: vedi il risultato, 2 a 3 per loro, e cambia tutto ma bisogna analizzare con logica la sfida» invoca Leonardo con una convinzione spalmata lungo la strada della sfida di ritorno. «La qualificazione è aperta, noi ci siamo» detta prima di conoscere l’esito (1 a 3) del viaggio a Liverpool con l’Everton da parte di Ferguson e red devils.
Dida, dopo Berlusconi: è l’altro nervo scoperto in casa Milan. Anche qui, per la prima volta, vacillano le convinzioni del tecnico brasiliano. Senza se e senza ma la difesa della performance in Champions: «Dida non ha colpe sui tre gol di martedì sera». Ma sul futuro utilizzo spuntano le prime crepe sul muro. «Mi rendo conto che nella vicenda c’è anche un profilo psicologico da valutare. Bisogna scegliere il momento giusto per decidere» la promessa generica. Come dire: stasera a Bari spazio al ribaltone in porta, dentro Abbiati, Dida in panchina vittima della psicosi collettiva. Non è l’unica novità rispetto alla Champions: si prevede, per esempio, il ritorno di Abate terzino a destra con Bonera dirottato a sinistra per alzare il bavero in vista della velocità delle due ali baresi, Alvarez a destra e Rivas a sinistra. A San Siro fecero venire il mal di testa ad Abate e Zambrotta.
Torna disponibile anche Borriello mentre Flamini e Kaladze escono di scena per tornare utili mercoledì prossimo a Firenze. Esce fumo dal naso di Inzaghi.