Al Leonardo «I giganti della montagna», fantasmi e suggestioni di tragica umanità

L'idea di questo allestimento de «I giganti della montagna», in scena al Teatro Leonardo (via Ampère 1, info: 02-26681166) fino all’8 febbraio, di Federico Tiezzi nasce, per sua stessa ammissione nelle note di regia, proprio in montagna. O almeno, è «durante quei trekking che sfiniscono» che a Tiezzi e a Sandro Lombardi sovvengono le due suggestioni che danno vita all'interpretazione di questo dramma incompiuto nato dalla mente di Pirandello intorno al 1933: la prima è l'intuizione mutuata da Giovanni Macchia secondo cui questo sarebbe un «testo della tortura». Cui si aggiunge l'idea, nata anche dal fatto che Pirandello voleva intitolare il dramma «I fantasmi», che i protagonisti possano essere tutti dei morti. Si entra, dunque, davvero in un regno dei morti sin dalla prima scena, con lamenti, urla e voci lontane, che proprio da una stanza di torture possono provenire o dall'oltretomba o da un manicomio. Non fosse che gli splendidi costumi di Giovanna Buzzi e le scene di Pier Paolo Bisleri ci conducono invece più al fumetto italiano di inizio secolo. Fuor di metafora, la storia di «teatro nel teatro» sarebbe quella di due compagnie, una di ex circensi e una di teatranti, gli Scalognati e la Contessa, che agiscono in una villa misteriosa e pullulante di presenze, oniriche, fantasmatiche, evanescenti, a tratti fornite di vita propria, a tratti evocate dall'inconscio dei protagonisti, a tratti ancora, i meno riusciti, accostate alle presenze invadenti dei media moderni, dal primo cinema dei Lumière alla tv anni Cinquanta. Tuttavia è difficile, come invece Tiezzi vorrebbe, accostare il tutto a Fellini, Pasolini, Picasso, Testori. Vien più da immalinconirsi e alienarsi, cullati dai monologhi di Cotrone (Sandro Lombardi), dagli interminabili rosari narrativi della Sgricia (Marion D'Amburgo), dalla pesante mollezza matronale di Ilse (Iaia Forte) e dagli ottimi ma troppo rari interventi di Cromo (Massimo Verdastro) e Diamante (Debora Zuin), proprio come si fa nelle processioni, camminando per dovere e sentimento dietro al Santo venerato in attesa che ci grazi d'una illuminazione. Che potrebbe, se reso meno criptico, giungere nel finale di sacra rappresentazione sicula creato da Franco Scaldati.