LEONARDO L’uomo di oggi nato ieri

Con il poliedrico artista, inesausto sperimentatore, si apre l’era moderna

Se fosse vissuto oggi, che tipo sarebbe stato Leonardo da Vinci? Un intellettuale di spicco, pendolare magari tra Europa e Stati Uniti? Un geniale informatico, creatore di sistemi? Un ingegnere militare, inventore di spericolati velivoli e di avveniristici marchingegni, o un estroso architetto? Un medico all’avanguardia, alla ricerca di tubi e tubicini nel corpo umano per inventare il modo di sostituirli? È difficile immaginarlo. Certo, non gli sarebbe mancata la curiosità e la sensibilità di indagine in ogni campo. Ma forse non avrebbe dipinto. Troppo obsoleto, fuori dai tempi, oggi. Niente Monne Lise, niente Bambini paffuti, Madonne delle rocce e dei fusi, e tanto meno Arte povera, per carità. Roba superata. Ecco, magari avrebbe realizzato navette spaziali e fatto l’astronauta, sperimentando distanze tra Terra, Luna, Marte. Chissà.
Perché lui, «figlio spurio di ser Pietro», era davvero il «futuro». Già i contemporanei lo ritenevano un abile sperimentatore di fatti nuovi, dalle armi agli spettacoli alle tecniche pittoriche. Conteso e ricercato dai potenti - Medici, Sforza, Cesare Borgia, Francesco I di Francia - per le sue capacità inventive, nei campi più svariati, culturali, politici, strategici, geologici. E ottimo pittore, con una schiera di allievi pronti a imparare e a «dilettarlo» coi loro riccioli e capricci. Uno studioso, un teorico, un filosofo. Non sempre corretto nelle scelte politiche, un po’ filo Sforza, un po’ filo francese, un po’ opportunista, insomma. Comunque, un genio e un mito.
Era nato a Vinci nel 1452, nella campagna toscana, figlio di un benestante notaio e di una domestica. Nel 1469, ma anche prima, entra a Firenze nella prestigiosa bottega di Andrea Verrocchio per imparare l’arte della pittura. Bravissimo, offusca subito il maestro che, ingelosito e preoccupato di fronte all’angelo dipinto dal giovane allievo nel suo Battesimo di Cristo, decide di non dipingere più e di darsi solamente alla scultura, come racconta Giorgio Vasari nel 1568 «...il che fu cagione ch’Andrea mai più non volle toccar colori».
D’altronde, chi poteva competere con quella pittura nuova, che filtrava la realtà attraverso una dimensione mentale, rendendola più reale del reale? Non era più questione di prospettiva lineare, ma di atmosfera, di «moti dell’animo», di «ombre e lumi», come ricorderà in seguito l’artista nel suo Trattato della pittura. Angeli delicati e sfumati, con panneggi brillanti, dipinti a olio, come i fiamminghi. Paesaggi infiniti sugli sfondi, quelli della campagna toscana, rivissuti attraverso la memoria. Donne e madonne delicate, che ancora oggi intrigano emanano un indecifrato mistero: Ginevra Benci, Cecilia Gallerani (La Dama con l’Ermellino), La Belle Ferronnière, Monna Lisa (La Gioconda). Chi erano davvero? Personaggi reali, che si portano dietro i loro enigmi, colti da Leonardo nel breve istante della posa. Volti che sono stati d’animo. E poi san Giovanni Battista, Bacco, in pose allusive e provocatorie, che permettono oggi di entrare nel suo atelier e immaginare gli allievi trasformarsi in modelli. E cogliere nei loro sorrisi l’ironia e il divertimento delle situazioni. Senza contare le smorfie grottesche, le caricature, un genere nuovo nato proprio nella mente e nei disegni del grande toscano.
Ma Leonardo non era solo la pittura. Era la scienza, la musica, lo spettacolo. E, quando Lorenzo il Magnifico lo manda a Milano presso Ludovico il Moro, come esperto suonatore di una lira d’argento in forma di teschio di cavallo, il vero motivo erano lavori di ingegneria militare, insieme a scenografie, sculture, congegni meccanici per giostre e spettacoli di corte e naturalmente esecuzione di dipinti.
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