Il leone della Mgm rischia la pelle: o paga i debiti o va in bancarotta

Il mito di Hollywood ha un buco di tre miliardi e mezzo di dollari e
cerca urgentemente compratori. Ma ha tempo solo fino a gennaio. Ottantacinque anni di storia e 208 Oscar potrebbero sparire. E le banche non fanno sconti

Si dovrebbe andare tutti a Gillette, nel New Jersey. E chiedere dove sia la tomba di Slats. Lì riposa dall’anno di grazia millenovecentotrentasei. Erano grandi momenti per la Metro Goldwin Mayer, il cinematografo era il circo in pellicola, uomini al posto delle bestie. In verità Slats faceva parte del circo, era un leone, il suo domatore istruttore si chiamava Volney Phifer, aveva insegnato a Slats di aprire le fauci, roteare la testa crinita e ruggire al momento esatto del ciak. Forse gli sventolava un quarto di bue o roba simile, sta di fatto che Slats divenne «Leo the Lion», il simbolo della Metro Goldwin Mayer, il momento introduttivo, era la carta di credito, la garanzia che dopo il ruggito ci sarebbe stata la caccia grossa, un filmone.

Per quattro anni, dal 1924 al 1928, Slats ruggiva in silenzio, non era stato ancora inventato il sonoro, era uno sbadiglio dunque, non metteva paura, semmai tenerezza o curiosità. Poi, improvviso, angosciante e pauroso come doveva essere, il suono regalò il ruggito, Slats era fuori dalla gabbia ma dentro lo schermo, gigantesco.

Così fu, così è stato per ottanta e passa anni, fino a questi giorni difficili, con la puzza del fallimento che già aveva ammorbato l’aria di Constellation boulevard a Los Angeles, tante, troppe volte, anche negli anni Novanta, per colpa di un paio di italiani, Parretti e Fiorini che avevano tentato, dopo Cristoforo Colombo, di andare alla scoperta e alla conquista dell’America per rimanere poi travolti dai debiti e costretti al naufragio svergognato.

Ottantacinque anni di storia, duecento e otto oscar vinti, oltre quattromila titoli di film e diecimila prodotti tra fiction e documentari televisivi, un’enciclopedia senza pagine bianche, con tutti, proprio tutti i grandi personaggi della settima arte, Gable e la Garbo, Tracy e James Stewart, Kelly e Astaire, Marilyn, Rocky e Tarzan, Via col Vento e Ben Hur, L’ammutinamento del Bounty e 007, 2001 odissea nello spazio, Thelma & Louise, e pure Tom e Jerry, personaggi e interpreti, titoli e memorie dette così, di fretta, come riavvolgendo la pellicola sulla bobina, osservando i fotogrammi che passano davanti ai nostri occhi, il piccolo grande cinema paradiso di un tempo, il teatro cibernetico odierno. Bastava «Leo the lion» e la giornata si faceva diversa, piacevole, un pacchetto di caramelle, un sacchetto di patatine, il buio in sala, il bacio galeotto, non proprio, alla morosa e un’ora e mezzo a sognare di essere lì dentro la scena, la sparatoria, la fuga, su una biga, a bordo di una nave, sul ring, disteso su un letto.

Il fascino di un’epoca bruciato dai conti che non tornano, dai bilanci che si sono fatti tremendamente pesanti, insopportabili, tre miliardi e mezzo di dollari. Nemmeno zio Paperone riuscirebbe a contarli nel suo forziere monumentale.

Stavolta non si tratta di un film anche se è kolossal il buco, anche se ormai i miliardari sono diventati uomini da marciapiede, la tradizione non serve, le banche esigono che il cliente rispetti i patti, così come fa lo spettatore al botteghino. «La scena migliore? Quella del leone» aveva detto il solito cialtrone uscendo, deluso, dalla sala cinematografica. Voleva comunque dire che Slats, e gli altri quattro che ne avevano preso il posto nel secolo, aveva fatto il suo buon lavoro circense. La loro criniera spuntava, spunta, si spera che possa ancora spuntare, da una corona disegnata con la pellicola cinematografica sulla quale è stampato il motto latino della casa, Ars gratia artis, l’arte soltanto per l’arte stessa. Prendi l’arte e mettila da parte è il proverbio giusto stavolta, non basta essere artisti, le tasche sono vuote, i creditori bussano alle porte, servono venti milioni di dollari subito, domani stesso e altri centocinquanta da racimolare prima che l’anno si concluda. Il colore dei soldi è rosso profondo, non ci sono alternative se non la bancarotta per poi ricominciare un’altra storia, un altro film. A Gillette, nel New Jersey, qualche turista immagina di riuscire a sentire il ruggito di Slats. Sembra un rantolo.