Leonka, Rutelli dice sì al museo dei graffiti

Marta Bravi

Leoncavallo: dieci e lode in arte, sette in condotta. L’ultima trovata dell’assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi - che ha scatenato le ire dei colleghi della maggioranza alla sola idea che «il nemico pubblico numero uno» come lo ha definito Pier Gianni Prosperini, assessore regionale ai Giovani possa diventare un museo a cielo aperto - è stata promossa da Roma. Il sottosegretario del ministro per i Beni culturali Rutelli, Danielle Mazzonis, è entusiasta della proposta del critico di vincolare i graffiti del centro sociale di via Watteau. «È una splendida idea - commenta -, non ho visto i graffiti del Leoncavallo ma ho intenzione di venire a Milano il prima possibile per un soppralluogo. Sono anche sicura della validità del giudizio estetico di Sgarbi. Se i graffiti meritano un vincolo, ci adopereremo per farlo. D’altronde - continua la Mazzonis - anche le opere di Keith Haring a New York sono vincolate». Così come i graffiti sulla parte est del muro di Berlino, la East Side Gallery, considerata la più grande galleria di pittura all’aria aperta del mondo, che nel 2000 sono stati restaurati dall’amministrazione e protetti dalle leggi sulla tutela dei monumenti, con tanto di targa.
Reazioni positive si registrano non solo a Roma, ma anche a Milano. Carla Di Francesco, direttore per i Beni culturali e paesaggistici della Lombardia, commenta: «Sono molto incuriosita dalla proposta di Sgarbi, anche se confesso di non avere mai visto i muri dipinti del Leoncavallo ma ci andrò al più presto. La questione, comunque, è molto interessante anche perché si tratterebbe del primo caso in Italia. Ci riuniremo per valutare la richiesta, se le opere lo meritano». La Di Francesco mette l’accento sulla peculiarità del caso: trattandosi di opere che hanno meno di cinquant’anni non si può applicare il vincolo. «Il Codice Urbani - spiega la sovrintendente - tutela le opere, artistiche o architettoniche, con più di 50 anni e il cui autore sia morto. In questo caso dunque si applica la legge 633 del ’41 sui diritti d’autore, accompagnata chiaramente da una dichiarazione che attesti il valore dell’opera. È necessario, quindi, che lo stesso autore dei graffiti si faccia avanti e chieda la tutela».
Gli «annali» della Sovrintendenza riportano illustri precedenti, come spiega Alberto Artioli, sovrintendente per i Beni architettonici della Lombardia occidentale: «L’istituto Marchiondi progettato da Viganò nel 1957 venne vincolato negli anni ’80, il Pirellone venne messo sotto tutela quando Gio Ponti era morto, ma non i cofirmatari del progetto o la casa del Fascio a Como che venne vincolata negli anni ’50». E il fatto che i muri siano di proprietà privata non costituisce un ostacolo? «Assolutamente no - risponde Artioli - gli interessi collettivi in questi ambiti sono più forti di quelli privati». Ironia della sorte: la proprietà privata, Cabassi, si troverà a «cedere il passo» all’interesse collettivo e dei posteri.
Che dire degli autori, i writer milanesi? Non avrebbero mai immaginato di venire consacrati all’arte con un catalogo edito da Skira, autorità indiscussa nel campo, di essere paragonati a Keith Haring o addirittura al Michelangelo della Cappella Sistina. Ci voleva Sgarbi.