LEONOR FINI La gatta nella Parigi che scotta

Realismo magico è forse la miglior definizione della pittura di Leonor Fini («realismo irreale», lo chiama Jean Cocteau, aggiungendo che «tutto il soprannaturale è per lei naturale»): le sue figure immobili di dormienti, con gli occhi serrati e le labbra dischiuse (la serie bellissima delle Dormeuses); le sue donne perdute in stanze vuote, dove appare d’un tratto una visione di fuoco; o immerse fino al mento in acque buie, con gli occhi brillanti in una guardata obliqua. Pittura «ai limiti del nostro mondo», come scrive Yves Bonnefoy, arte «un poco alchemica, per la frequentazione di figure misteriose che però purificano lo sguardo». Sul suo desiderio di purezza, nell’attingere, attraverso la metamorfosi, a un mondo altro, insiste lo stesso Max Ernst - che l’ammirava - in uno scritto critico sui suoi quadri «fatti di vertigine, ... vuoto all’inverso» popolato di esseri favolosi, chimerici, ma «depurati da ogni cosa pericolosa».
Leonor Fini, pittrice amata da artisti e poeti, è stata, ed è, figura controversa, come in genere coloro che procedono da soli, nella loro arte: lei stessa, a un certo punto della vita, si lagna di questa solitudine, con la consapevolezza di essere sempre andata controcorrente. E donna affascinante, la famosa donna-gatto delle sontuose feste parigine del dopoguerra (a causa delle magnifiche maschere feline che ella stessa si costruiva) che organizzava nel suo celebre Salone Art Nouveau nel palazzo in rue de la Vrillière, e dove davvero si ritrovava le tout Paris. In lei coesistevano il lato mondano - volentieri si prestava a essere oggetto di ammirazione - e la melanconia profonda, il corteggiamento della morte che traspare dalle sue opere («teatro macabro» come lo definì Jean Genet) e che sempre accompagna nature eccessive come la sua.
Triestina di ascendenze slovene (per parte di madre) e di padre argentino, Leonor Fini nasce nel 1908 a Buenos Aires, da cui però rientra presto in Italia, separatisi i genitori. Dalla sua casa a Trieste erano passati Svevo e Saba, e lo stesso Joyce, amici di famiglia. E negli anni Venti ne respira l’aria di grande città cosmopolita d’Europa. Ma il richiamo di Parigi è troppo forte, e vi si trasferisce venticinquenne nel 1931. Riconosciutone subito il valore, i surrealisti vorrebbero reclutarla nella loro schiera, ma lei tiene una rispettosa distanza, sebbene partecipi ad alcune loro mostre, come la prima «Fantastic Art, Dada and Surrealism» al Moma di New York, nel 1936, o la mostra del mobile surrealista, insieme agli amici Dalí, Ernst, Giacometti, Meret Oppenheim. E da ora in poi la sua carriera procede trionfalmente, con centinaia di mostre in ogni luogo del mondo, e una serie di attività a latere, le scenografie per il teatro (per Balanchine, per Strehler, per Camus, per Genet), la ritrattistica su commissione, o quelle che nel catalogo edito dalla Galerie Minsky nel 2001, a cura del suo erede e carissimo amico, il pittore Richard Overstreet (un’altra monografia è ora in corso di stampa: Leonor Fini: a life in art, firmata dallo storico dell’arte inglese Peter Webb), vengono elencate come Curiosités: dai tessuti ai profumi per Elsa Schiaparelli, alla decorazione di un cinema di Roma, ai mobili, oggetti, giochi di carte, maschere, sino alle etichette per vini pregiati...
Fino alla morte (1996) vive a Parigi, prima nel Marais, quindi a un passo dall’Opéra. Con l’intellighenzia italiana a un dato momento ruppe, a causa di certi articoli in cui la si prendeva sottogamba, come una bizzarra pasticheuse. Ma in Italia, a Roma - dove pure torna per quattro anni durante il conflitto mondiale, dopo un periodo trascorso ad Arcachon dai Dalí e a Montecarlo - aveva amici e ammiratori, soprattutto letterati, che trovavano pane per i loro denti, nel suo universo «denso di simboli». Nella sua bibliografia critica ci sono pezzi di Moravia e di Praz (Leonor Fini, pittrice gotica), di Buzzati, Bazlen, de Pisis, de Chirico e Savinio.
Fraintesa, certo talvolta, a causa del suo lato salottiero e delle sue eccentricità, come potevano essere interpretati alcuni atteggiamenti, o i suoi liberi costumi sentimentali. Ha sempre vissuto infatti - tranne il primo periodo parigino con André Pieyre de Mandiargues - con più di un uomo: Stanislao Lepri, lo scrittore polacco Constantin Jelenski, Sforzino Sforza: legami forti, non certo avventure. Ora sulla sua ultima dimora parigina, in rue de la Vrillière, sta per essere murata una targa in suo onore; e il Salon, ricostruito nei suoi arredi nel Musée de l’Hospice Saint-Roch a La Châtre (Indre), come lei voleva, è divenuto un centro di mostre di pittura e di grafica.
Vastissimo è l’archivio cartaceo, tuttora inedito, ma ordinato con affetto da Overstreet e da lui messo a disposizione per gli studi sull’artista: da esso - e dal catalogo fotografico dei ritratti - ci si rende conto di quanto importante sia stata la Fini nella cultura parigina, e diciamo pure europea. Amica di intellettuali, dicevamo, e grande lettrice, nonché scrittrice di alcuni libri dalla morbida visionarietà, ancora non tradotti in italiano: Mourmour, conte pour enfants velours, Miroir des chats, l’inquietante romanzo L’Onéiropompe. Illustratrice, con disegni e incisioni, di edizioni rare, dai Sonetti di Shakespeare alle novelle di Poe tradotte da Baudelaire, a Aurélia di Nerval ai Fiori del male, alle opere poetiche di Verlaine.
Alla Fini si deve, tra i tanti altri, anche un notevole ritratto di Tommaso Landolfi, che la conobbe a Roma negli anni Quaranta, amico di comuni amici, come Roberto Bazlen (Landolfi scrive poi un elzeviro divertentissimo, «Lo schiaffo», nella raccolta Un paniere di chiocciole, su un loro incontro a Parigi); e, mi assicura sorridendo Overstreet, «io so riconoscere quando Leonor dipingeva un ritratto su commissione o per passione...». Come sempre, dunque, sulle tracce di documenti landolfiani, metto il naso nei faldoni gonfi di lettere: ve ne sono, tra le altre, di Cocteau e Bernard Berenson, Giacometti, Moravia e Morante, di Fellini (non è difficile capire perché gli piacesse la pittura della Fini!), della Magnani (per la quale disegnò dei costumi), di de Chirico e di Camus, Paul Éluard e Gala Dalí, Magritte e Ernst, Leonora Carrington, sua grande amica, di Jean Genet, George Bataille e Marcel Jouhandeau, Alberto Savinio. Aiuto Overstreet a decifrarne una: è di Mircea Eliade, che le esprime la sua ammirazione, soprattutto per una tela intilolata Les fileuses. Ne leggo un’altra di Bobi Bazlen, che risponde a suoi quesiti di natura letteraria: è datata Roma, settembre 1959, evidentemente Leonor gli ha chiesto notizie di quel nuovo romanzo, Lolita, appena uscito a Parigi per le edizioni dell’Olympia Press, una casa editrice specializzata in cose erotiche. Se ne parla molto: che roba è? «Ne ho letto un solo capitolo nella Nouvelle Revue Française» risponde secco Bazlen. «Molto bello, almeno il paesaggio. Del romanzo come romanzo so poco, e non m’interessa. Venticinque anni fa avevo letto La chambre obscure (mi pare almeno) e quella volta era un gran bel romanzo». Be’, Lolita, uno dei grandi libri della nostra epoca: anche Omero qualche volta sonnecchia, come si diceva un tempo quando qualcuno di insospettabile prendeva un granchio. Avrà cambiato idea, Bazlen, su Nabokov? Considerato che è uno degli autori di punta della casa editrice che fonderà di lì a pochi anni, l’Adelphi...