Leopoldo, il «sub» della Cressi che fa utili con il made in Italy

nostro inviato a Genova

Quando era un bambino, Leopoldo Antonio, passava ore e ore in acqua, anziché, come i suoi coetanei, su un campetto di calcio. Nel primo pomeriggio, appena finita la scuola, si tuffava nel Mar Ligure, con maschera, pinne e un fuciletto da pesca. Ora è un simpatico signore dal fisico asciutto, i modi cortesi e lo sguardo sorridente, ma continua a tuffarsi in acqua ogni giorno con lo stesso piacere. Solo che il suo passatempo è diventato un lavoro, che era anche quello di suo padre. Già, perché Leopoldo Antonio di cognome fa Cressi e dà il nome a una delle primi cinque aziende al mondo di attrezzatura subacquea.
Si tuffa e prova tutti i modelli che escono dalle linee di produzione. Sia quelli semplici, come pinne, maschere, mute, che quelli più sofisticati quali gli erogatori, gli equilibratori, le console da immersione. Vuole essere certo che siano sempre di qualità e, per non avere dubbi, testa anche quelli della concorrenza. Quando esce si riveste e corre in fabbrica, alla periferia di Genova, dove lo attende Francesco Odero, che è l’amministratore delegato della società, e da 40 anni il suo collaboratore più prezioso.
Camminando per il grande capannone della Cressi, 16mila metri quadrati alle porte della città, respiri ancora l’atmosfera della vecchia impresa familiare italiana quella che, secondo molti brillanti economisti, era destinata a essere inghiottita dalla globalizzazione. E invece è avvenuto esattamente il contrario: la Cressi, oggi, è un’azienda in salute, proprio perché non ha mai tradito lo spirito dei fondatori.
Questo 2009, tragico per molte aziende, verrà chiuso con un fatturato di circa 26 milioni di euro (che sale a 35 milioni considerando l’indotto), non lontano da quello del 2008 e realizzato per l’80% con l’export. Nessuno dei 60 dipendenti è stato messo in cassa integrazione e la direzione mantiene cordiali rapporti con le banche per la semplice ragione che non ha debiti. «Abbiamo continuato ad autofinanziarci, reinvestendo gran parte degli utili», spiega Odero. «Qualche anno fa ci dicevano: ma chi ve lo fa fare di continuare a produrre in Italia? Oggi i soldi si fanno con le fabbriche in Cina e la finanza - aggiunge Cressi, che presiede il consiglio di amministrazione - ma noi non abbiamo mai creduto a derivati e affini, né abbiamo ritenuto di dover delocalizzare, benché la concorrenza sia feroce».
Non è facile produrre in Italia con l’euro a 1,50 contro il dollaro, mentre i tuoi competitori più agguerriti sono asiatici. «Noi ce l’abbiamo fatta puntando da un lato sulla robotizzazione delle linee produttive, che riduce l’incidenza del costo della manodopera, dall’altro sulla flessibilità», continua Cressi. Per intenderci: quando fabbrichi in Cina o in Estremo Oriente la tempistica è molto lunga; ci vogliono da 120 a 150 giorni prima che il prodotto arrivi dalla fabbrica al mercato e il costo del trasporto, con il petrolio sempre caro, non è indifferente.
«Se sbagli il modello, ti ritrovi con giacenze enormi difficilmente gestibili - spiega Odero -. Noi invece abbiamo seguito la filosofia opposta. Mantenendo gli impianti a Genova possiamo adattare la produzione alle esigenze del mercato. Le maschere blu piacciono più di quelle rosse? Si cambiano gli stampi e in due giorni si spedisce». Solo lavorazioni particolari, come la cucitura delle mute, avviene in Estremo Oriente. Tutto il resto è rigorosamente Made in Italy, con una spiccata propensione all’innovazione.
«Ogni anno dobbiamo proporre qualche novità», afferma Crespi, conducendomi nella sala d’esposizione dell’azienda. Prende due pinne e me le mostra. Una è tradizionale, rigida, l’altra più corta e assai flessibile. «Abbiamo studiato questo modello per i bagnanti che fanno snoerkling; rende la nuotata più agevole e riduce il rischio di crampi». Chiedo quante persone lavorino all’ufficio progettazione: «Non più di cinque», risponde. «E sono periti tecnici», precisa Odero, dunque nemmeno laureati. Ed è questo il mistero della creatività italiana, che si manifesta secondo forme e modalità che i manuali di management nemmeno contemplano. Ma funziona, qui come altrove, soprattutto se la conduzione resta familiare. Inserita in una grande struttura, l’inventiva italiana sovente appassisce.
Nella zona della Fontanabuona esistono altre aziende importanti del settore, che però, nel corso degli anni, sono state cedute a grandi multinazionali. La famiglia Cressi, invece, resiste e non pensa minimamente a quotarsi in Borsa; anzi prepara la terza generazione, rappresentata da Marco, che già lavora in azienda. Con passione, tra un tuffo e una nuotata. Perché il mare, da queste parti, è vita.
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