Leosini: "Mi è sfuggito solo un magistrato"

Parla la conduttrice del fortunato programma tv <em>Ombre sul giallo</em>. In carcere ha intervistato i più spietati serial killer, seguendo ogni volta una regola ferrea: &quot;Se uno si discosta dagli atti io devo ricondurlo alla verità processuale&quot;

Roma - La incontro in uno studio piccolo e assediato da scatoloni. Franca Leosini da ieri è in prima serata su Raitre, con Ombre sul giallo, il mercoledì per quattro settimane. «Faccio con passione anche la maionese, sennò m’impazzisce», dichiara, minuta e agile, con gli occhi ardenti che scavano. Napoletana, laureata in Lettere Moderne, è conduttrice e autrice di trasmissioni come Storie maledette. Concede poche interviste. «Difendo la vita privata (marito, figlie). Il mio mondo di origine, privilegiato, cozza con la mia professione».

Come sceglie le storie?
«Dai personaggi e dalla fascinazione delle loro vicende personali, che hanno diviso l’opinione pubblica, o che portiamo noi alla ribalta per la prima volta. Contatto gli avvocati, che poi ne restano fuori. E scrivo agli interessati».

Ai condannati conviene farsi intervistare in tv?
«Sì, ne hanno un restauro d’immagine. Alcuni vogliono parlare solo con me, come Sonya Caleffi e Patrizia Gucci. Si fidano. Le persone dietro le sbarre sviluppano una sensibilità da animali della foresta. Studio a fondo gli atti processuali. Durante l’incontro ho una linea in cui far scorrere la storia, a livello psicologico, giudiziario, umano. Ma devo sapere tutto, o il mio interlocutore potrebbe vendermi qualsiasi cosa, come è successo a Paolo Bonolis con Donato Bilancia. Colpa degli autori. Se uno si discosta dagli atti io devo ricondurlo alla verità processuale».

Fino a che punto la verità processuale coincide con la verità dei fatti?
«Diciamo che c’è un venti per cento di scarto. Perciò facciamo Ombre sul giallo».

Che non può certo chiamarsi «Ombre sul sistema giudiziario»...
«Come sottotitolo ci sta tutto. Mi piace dire: “La dignità del dubbio va preferita sempre al tormento di un errore”».

Qualche critico la accusa di morbosità.
«Lascio le persone libere di arrivare fin dove se la sentono. Ma a volte sono costretta a indugiare sui dettagli, o chi ascolta non capirebbe nulla. La prossima settimana parleremo di don Giorgio Carli, accusato da una parrocchiana che si è “ricordata” dopo dieci anni di certe violenze. La cosa allarmante è che in punto di diritto le parole di una presunta vittima diventano prova, senza riscontri esterni».

Angelo Izzo sembrava redento e invece...
«Sì. Ho chiesto scusa ai telespettatori».

Il suo complice, Gianni Guido, è fuori dal carcere.
«Lui mi sembra ravveduto. La famiglia, poi, ha risarcito quella della vittima. Però non credo che ci debba essere un prezzo che riduca i tempi della pena».

È anche il caso di Ruggero Jucker?
«Intorno a lui c’è un cordone sanitario di silenzio. E grandi avvocati, che si fanno pagare. Perciò finisce che la legge non è uguale per tutti».

I processi-tormentone: Cogne, Garlasco, Perugia. Che ne pensa?
«Pippo Baudo mi ha detto di scrivere sul biglietto da visita: “Non si è mai occupata di Cogne”. Vespa e Mentana sono bravissimi. Io però preferisco aspettare almeno un grado di giudizio».

La sentenza di Cogne è definitiva...
«Per me è una vicenda finita».

La situazione delle carceri italiane?
«Alcune, moderne, sono meno umane delle vecchie. A Milano San Vittore è preferito al freddo e squadrato carcere di Opera. Io poi distinguo tra criminali organizzati e recidivi, da ergastolo, e quelli che una volta nella vita hanno commesso un delitto. Penso bene della legge Gozzini: mai togliere la speranza. Senza, vengono meno anche le inibizioni».

Lei è stata amica di Leonardo Sciascia. Che cosa le diceva della giustizia?
«Era scettico verso la “giustezza della giustizia”. Incontrarlo per me è stato decisivo. Sono religiosa, mi torna in mente una frase: “il Caso è la firma che lascia Dio quando non vuole lasciare il suo nome”».

Chi le ha detto di no?
«Giuseppe Sapienza, un magistrato di Cassazione che uccise e seppellì il marito della sua amante. Ha avuto una pena di ventun anni. Ne ha scontati molti meno».

Maria Luigia Redoli, la «Circe della Versilia», all’ergastolo per l’omicidio del marito.
«Sì. Ho studiato gli atti e rifatto i tragitti di quella notte, almeno dieci volte. I tempi non corrispondono».