L'epopea dei carristi italiani in Albania

Il diario di Rinaldo Panetta consente di ripercorrere un pezzo di storia militare a lungo dimenticato

Ferro e sangue. Un'epopea fatta di cingoli, disperazione ed esplosioni che squarciano gli scafi d'acciaio. Questa è stata la guerra d'Albania e di Grecia (1940-41) per i carristi italiani. Eppure della loro vicenda si è scritto e raccontato relativamente poco: quando si pensa alle montagne dell'Epiro viene più facilmente alla memoria la sofferenza dei fanti sprofondati nel fango e tartassati dalla pioggia, il sacrificio degli alpini della Julia massacrati al ponte di Perissa.
Eppure anche i reparti carristi hanno pagato, e duramente, il folle tentativo mussoliniano di spezzare le reni alla Grecia.
Per rendersene conto è il caso di rimettere mano a uno dei grandi classici sulla guerra di Grecia e d'Albania, dimenticato da anni e che solo ora torna in libreria. Si intitola "Il ponte di Klisura" (Mursia, pagg. 328, euro 15) . Il suo autore Rinaldo Panetta è stato un tenente colonnello dell'esercito italiano ed uno dei pionieri nello sviluppo e nell'utilizzo dei carri armati nel tentativo di sviluppare la tecnica del blitzkrieg sul modello tedesco. Per ironia della sorte invece Panetta e i suoi compagni vennero catapultati in tutta fretta, con i loro carri armati M 13/40, ai piedi della catena dei Mali Trebescines nel tentativo di frenare l'avanzata greca: il luogo meno adatto del mondo per la guerra di manovra propria dei carri. Nella disperazione dei comandi gli M13/40, mezzi di ferraccio cementato e privi anche della radio, sembrarono l'unica speranza: se non altro avevano il cannone e non si accendevano a manovella come gli L3. Nacque così il tentativo di rioccupare la valle di Klisura che è uno degli eventi centrali di queste memorie. Un manipolo di carri che si infila in una stretta vallata dove i greci sparano da tutte le alture e l'unico ponte che permetterebbe il passaggio irrimediabilmente distrutto. L'esito fu inevitabilmente il disastro ma i carri contribuirono comunque ad alimentare la speranza dei fanti e a diminuire la pressione sul fronte. Tornarono in linea poco dopo nella battaglia di quota 731 e vennero poi mandati di nuovo allo sbaraglio quando si trattò di occupare la Jugoslavia. Dell'equipaggio dello stesso Panetta composto da quattro uomini uno morirà col cranio polverizzato da un colpo penetrato in casamatta e un altro resterà invalido per tutta la vita.
Chiudendo il libro per il destino di quelli che allora erano ragazzi si ha davvero l'amaro in bocca, però questo è davvero un libro che andrebbe letto di più perché racconta il destino di un'itera generazione troppo coraggiosa per arrendersi e troppo mal guidata per avere una speranza di vittoria o di pace.