Lepore, il procuratore moderato abbonato a guai e polemiche

Guida gli uffici più turbolenti della giustizia italiana. Prova a mediare e attende la pensione. Dalla segnalazione del parente di un autista all'imprenditore Romeo agli equivoci sul caso P3

Roma - C’è chi lo descrive come «un buon padre di famiglia» e chi come un «pavido che fa il pesce in barile». Certo, Giandomenico Lepore è un moderato doc e quando nell’ottobre 2004 è arrivato al vertice della Procura di Napoli, ha dovuto camminare sulle macerie lasciate dallo scontro furibondo tra il suo predecessore Agostino Cordova e aggiunti e sostituti.

Ha scelto uno stile soft, ricucendo gli strappi, facendo rientrare le intemperanze, ma anche imponendosi a volte per cercare di tenere a bada i ben 110 pm di una delle più grandi e turbolente procure d’Italia.

In questi sei anni, però, di problemi ne ha dovuti affrontare tanti. Non mancano neppure ora, che è vicino alla pensione del 2011. Ci sono stati sospetti e accuse dall’interno e dall’esterno del suo ufficio. È stato presentato a volte come toga di destra, altre come toga di sinistra.

La verità è che Lepore forse incarna personalmente la corrente maggioritaria della magistratura cui aderisce, Unità per la costituzione, quella che ha tante anime. E, malgrado il suo sforzo di conciliazione, ha dovuto provare almeno un assaggio delle fronde in Procura che hanno demolito Cordova.

Passando dalle inchieste contro la camorra, a quelle su Calciopoli e sui rifiuti, dalle indagini su Clemente Mastella (che portarono alle sue dimissioni da ministro della Giustizia) a quelle sul sottosegretario Nicola Cosentino è arrivato a 74 anni.

Il momento di maggiore tensione? Quello in cui, nell’inchiesta «Rompiballe» sui rifiuti, ha deciso che la posizione dei tre ex commissari Guido Bertolaso, Corrado Catenacci e Alessandro Pansa, andava stralciata, escludendo il dolo, da quella degli altri indagati poi rinviati a giudizio. Questo, contro il parere dei due sostituti che si occupavano del caso, Noviello e Sirleo. Lo strappo risale al 24 luglio 2008 e ha portato a richieste di trasferimento da parte dei due, ad un’istruttoria davanti a consiglio giudiziario e Csm, a due infuocate assemblee in Procura. Palazzo de’ Marescialli, il 5 maggio 2009, si schierò con Lepore anche se con molti distinguo e auspicando il ripristino di «affiatamento investigativo e sinergia operativa» in Procura. Ma la ferita è rimasta aperta, come i sospetti che avesse voluto «salvare» Bertolaso e compagni.

Tanto più che il 26 marzo 2009 Lepore fece, diciamo, un passo falso. Andò all’inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra, mentre il suo ufficio aveva aperto un’inchiesta su quegli stessi imprenditori che festeggiavano il successo. In più, il premier Silvio Berlusconi lodò questi ultimi e criticò i magistrati. Scoppiarono nuove polemiche dei pm contro Lepore, che fu messo sotto accusa il primo aprile, in una turbolenta assemblea. Lui si giustificò, spiegò che non aveva voluto «proteggere» nessuno e, alla fine, sottoscrisse il documento di protesta indirizzato al Csm di 60 pm che definiva «denigratorie» le frasi del premier e denunciava il «disagio» dell’ufficio. Palazzo de’ Marescialli aprì pratiche a tutela delle toghe napoletane offese, Lepore fu convocato a Roma. Le tensioni stavano per placarsi quando esplose una nuova mina.

Il Procuratore generale Galgano, amico da trent’anni di Lepore, in un’intervista al Corriere del Mezzogiorno parlò di «fanatismo» di alcuni pm napoletani, di «dieci stalloni di razza e novanta asini». Apriti cielo, nuova assemblea e presa di posizione dell’Anm. Lepore si trovò costretto a rispondere a Galgano, pur cercando di minimizzare. In Procura cresceva l’indignazione e lui disse: «Non sono il capo di una stalla».

Prima di tutto questo c’era stato un altro episodio spiacevole, in piena inchiesta «MagnaNapoli». A dicembre 2008 un ufficiale della Finanza, arrestato nell’inchiesta degli appalti, sostenne che Lepore avrebbe segnalato per un’assunzione all’imprenditore sotto accusa Alfredo Romeo il parente di un autista della Procura. Lui denunciò un «tentativo di delegittimazione» e smentì un articolo su una presunta telefonata al sindaco Iervolino, prima dei clamorosi arresti. Il Mattino scrisse anche di nuovi contrasti tra il capo e i suoi sostituti e la Procura dovette ancora smentire.

L’ultimo guaio? A settembre, con il nuovo scandalo P3. Dicono che uno degli implicati, il tributarista Pasquale Lombardi, si sarebbe informato con Lepore sull’inchiesta su Cosentino. Il Procuratore conferma il tentativo, ma nega di aver dato informazioni, Chiarisce anche un altro particolare imbarazzante, la partecipazione al convegno in Sardegna organizzato da Lombardi. «Se dovessi chiedere il certificato penale agli organizzatori di tutti i convegni...».