L'eredità del primo ministro laburista

Il successo ottenuto
in Irlanda del Nord, dove martedì scorso Ian Paisley e Martin McGuinness hanno
promesso di guidare insieme il Paese negli interessi del popolo nord-irlandese, è in
sintesi l’eredità politica di Tony Blair in materia di pace, un lascito che andrebbe a
controbilanciare la tragedia irachena e, più in generale, il bilancio finale in politica
estera del premier britannico

Londra - Il successo ottenuto in Irlanda del Nord, dove martedì scorso Ian Paisley e Martin McGuinness hanno promesso di guidare insieme il Paese negli interessi del popolo nord-irlandese, è in sintesi l’eredità politica di Tony Blair in materia di pace, un lascito che andrebbe a controbilanciare la tragedia irachena e, più in generale, il bilancio finale in politica estera del premier che oggi annuncia l’addio a Downing Street dopo dieci anni di governo. Su questo aspetto sembrano essere tutti d’accordo. «Tony Blair ha lavorato alla soluzione della piaga nord-irlandese fin dal primo giorno del suo insediamento», dice Michael Kerr, esperto del processo politico nord-irlandese e ricercatore presso la London School of Economics, «impegnandosi per giungere ad un accordo un anno dopo il suo ingresso a Downing Street, promessa che, in effetti, ha mantenuto con i patti del Venerdì Santo del 1998». Ancora: «I suoi sforzi nel corso degli anni sono stati determinanti per ottenere una soluzione condivisa. Detto questo, è innegabile che la tragedia irachena, i fatti libanesi, e in generale la perdita di prestigio in Medio-Oriente, rendano difficile da raggiungere quel lascito durevole che Blair tanto desidera.

Il fallimento della politica estera viene, comunque, contro-bilanciato da questo successo in affari interni». Il primo ministro della Repubblica irlandese, Bertie Ahern, ha dichiarato: «Tony Blair è stato un vero amico della pace e un vero amico dell’Irlanda del Nord. Per dieci anni, anni duri, ha dedicato molto del suo tempo a risolvere i problemi dell’Ulster, più di quanto si sarebbe potuto chiedere a chiunque». E molti critici hanno accusato Tony Blair di aver posticipato il giorno della riapertura dell’Assemblea irlandese a ridosso del suo addio, appositamente per lasciare un ricordo di sé il più positivo possibile - e per ridurre il peso delle elezioni amministrative perse dai laburisti la settimana scorsa a vantaggio dei conservatori. Chiuso il capitolo Ulster, si apre il dibattito. Andrew Roberts, storico e biografo, va contro corrente: «Con la decisione di seguire l’America »spalla a spalla«, di impegnarsi attivamente per abbattere il regime talebano in Afghanistan e quindi rovesciare la dittatura di Saddam Hussein in Iraq, Tony Blair si è garantito un posto nella storia. E siede ora a pieno diritto tra le fila dei primi ministri britannici di primo piano».

Roberts ricorda che alla conferenza del Labour party successiva all’11 settembre Tony Blair disse al popolo americano: «Siamo stati con voi fin all’inizio, e staremo con voi sino alla fine». «È stato di parola», conclude Roberts, «e ha dimostrato di essere un leader »di guerra« esemplare». Al di là della guerra in Iraq, Anthony Seldon, biografo di Tony Blair, ricorda che fu proprio il premier britannico a forgiare la dottrina «dell’interventismo umanitario» e ad articolare per primo l’idea di una «comunità internazionale» nel suo discorso di Chicago del 1999. In tempi non sospetti, questo modo di pensare spinse Tony Blair «a convincere un’America riluttante, ad un intervento più sostenuto in Kosovo». «In questo caso», riflette Timothy Garton Ash sulle colonne del Guardian, «Blair fu in grado di aggregare intorno a sé una coalizione internazionale per fermare il genocidio dei Musulmani kosovari perpetrato da Slobodan Milosevic. Il Kosovo non si è tramutato in un bagno di sangue per le truppe di stanza dopo la guerra.

Non è la Svizzera, certo, ma oggi il Kosovo è sulla via per divenire un paese europeo. I signori della guerra, sia dal lato albanese che da quello serbo, sono stati assicurati al tribunale dell’Aia. Il Kosovo è il risultato migliore della politica dell’interventismo umanitario coniata da Blair». Definire i 10 anni di Blair non è un esercizio tanto semplice. I successi - come gli insuccessi - sul fronte interno si mischiano a quelli di politica estera. Ian Kershaw, professore di storia contemporanea alla Sheffield University, crede che «le aspettative, nel 1997, quando Blair vinse le elezioni, fossero francamente non reali». Un eccesso di speranza, quindi. Che nel tempo si è trasformata in delusione e disincanto. «Per tutti i dubbi che restano», scrive Garton Ash, «gli inglesi dovrebbero farsi una domanda. Chi è più in salute? La Gran Bretagna dopo 10 anni di Blair, la Francia dopo 12 anni di Chirac, la Germania dopo 8 anni di Schroder, o gli USA dopo 7 anni di Bush junior?». «La storia mi giudicherà», ha detto Blair. La storia inizia domani.