Tra Lerner e Mimun scintille sul caso Calderoli

Il conduttore de La7: doveva bloccare lo show del leghista, io lasciai il Tg1 per molto meno. Replica: frasi da servizio d’ordine

da Roma

Clemente Mimun nell’occhio del ciclone insieme a Roberto Calderoli. Anche il direttore del Tg1 potrebbe finire nel registro degli indagati per non aver «censurato» l’azione del ministro per le Riforme, ora dimissionario. Ipotesi definita «teatro dell’assurdo» dal sottosegretario agli Esteri, Margherita Boniver.
I direttori di tutte le testate fanno quadrato intorno a Clemente Mimun dopo che il centrosinistra si è esercitato al tiro al bersaglio sul giornalista. Per l’opposizione Mimun sarebbe colpevole di mancata censura. Reo di non aver fermato lo show di Calderoli che, mentre era intervistato, ha mostrato sotto la camicia la maglietta con le vignette anti islamiche. Anche il leader dell’Unione Romano Prodi accusa il direttore del tg1 di «leggerezza».
Attacchi del tutto ingiustificati e gratuiti, dicono i colleghi Maurizio Belpietro e Ferruccio De Bortoli (direttori di Giornale e Sole 24 Ore), Enrico Mentana e Carlo Rossella (ex e attuale direttore del Tg5), Antonello Piroso, vicedirettore del Tg di La7. Tutti d’accordo i giornalisti. A parte una voce fuori dal coro: quella di Gad Lerner che invoca «la responsabilità soggettiva» di Mimun nel caso Calderoli. Il conduttore dell’Infedele ricoprì il ruolo che oggi è di Mimun e nel suo intervento (sul sito Virgilio.it) ricorda proprio le circostanze per cui lo perse.
Era l’autunno del 2000 e il Tg1 delle 20 trasmise delle immagini choc di pedofili. Immagini parzialmente schermate ma talmente forti da scatenare il putiferio. Lerner ricorda quelle immagini che definisce «sgradevoli» e ricorda pure che le sue disposizioni furono quelle di non trasmetterle. Nonostante ciò, scrive, la regola «della responsabilità oggettiva del direttore» impose una presa di distanza. La fine della storia è nota: Lerner fu costretto a dare le dimissioni.
Dimissioni che evidentemente ancora gli bruciano. Non le chiede esplicitamente a Mimun («non fare agli altri ciò che non avresti voluto facessero a te», scrive ancora Lerner) però gli ricorda che esiste anche una «responsabilità soggettiva». Secondo Lerner il direttore del Tg è dunque responsabile di aver trasmesso «con notarile solerzia una sceneggiata ben più nociva delle immagini da cui ritenni dignitoso prendere le distanze».
Dura la replica di Mimun. «Con Gad Lerner è finalmente sceso in campo il servizio d’ordine - dice -. La differenza tra il caso della pedofilia e quello della maglietta sta nel fatto che io non ho mostrato nulla, che tutti hanno visto l’intervista e che nessuno ha avuto da ridire per tre giorni. Non sono esperto di notarile solerzia e sono orgoglioso di essere diverso da Lerner».
E in effetti il paragone tra le immagini pedopornografiche e l’intervista a un ministro appare quanto meno azzardato se non improprio. In difesa dell’operato di Mimun interviene pure il senatore della Rosa nel Pugno Gerardo Labellarte, membro della commissione di Vigilanza Rai, che manifesta «stupore per il fatto che ancora si metta in discussione la libertà di stampa: Mimun fa il giornalista, non il censore».
Spera che non si parli più della «pagliacciata» di Calderoli e che si abbassino i toni anche Afef Jnifen, consulente della presidenza del Consiglio per le relazioni tra Italia e mondo arabo, che ieri sera è stata intervistata proprio da Mimun.