L'errore di valutazione di Lea: ecco l'ordinanza

Un &quot;grave errore di valutazione&quot;, un gesto di bontà consistente nell'avere consentito alla figlia di rincontrare il padre: così Lea Garofalo, ex pentita di 'ndrangheta, si è messa involontariamente nelle mani dei suoi assassini, arresttai questa mattina dai carabinieri di Milano<br />

Milano - Un "grave errore di valutazione", un gesto di bontà consistente nell'avere consentito alla figlia di rincontrare il padre: così Lea Garofalo, ex pentita di 'ndrangheta, si è messa involontariamente nelle mani dei suoi assassini, arresttai questa mattina dai carabinieri di Milano.

A spiegarlo è il giudice preliminare Giuseppe Gennari, nell'ordinanza eseguita stamane. "Le ragioni poste alla base dell’eliminazione della donna, risiedono nel contenuto delle dichiarazioni fatte ai magistrati – mai confluite in alcun processo - con particolare riferimento all’omicidio di Combierati Antonio, elemento di spicco della criminalità calabrese a Milano durante gli anni ’90, ucciso per mano ignota il 17 maggio 1995. Le dichiarazioni fatte all’epoca dalla Garofalo individuavano, infatti, nei responsabili dell’omicidio l’ex convivente della donna, Cosco Carlo, ed il fratello di questi, Giuseppe, detto 'Smith', pur non fornendo esaustivi elementi di colpevolezza, in ordine al loro coinvolgimento diretto della dinamica omicidiaria". "I fratelli Cosco, benché consapevoli del fatto che la donna fosse a conoscenza delle loro responsabilità, non erano mai venuti a conoscenza del contenuto delle dichiarazioni della Garofalo, che nel frattempo aveva interrotto la relazione sentimentale con Cosco Carlo. Dal giorno della decisione di uscire volontariamente dal programma di protezione, nell’aprile del 2009, in seno alla famiglia Cosco è quindi maturata la consapevolezza di avere finalmente l’opportunità di poter estorcere alla Garofalo il contenuto delle dichiarazioni rese all’epoca e, successivamente, di potere eliminare fisicamente la donna".

"Fin da quel momento, infatti, si è ampiamente documentato un progressivo riavvicinamento di Cosco Carlo all’ex convivente, finalizzato a cogliere il momento opportuno per mettere in pratica il diabolico piano, fallito una prima volta a Campobasso il 5 maggio 2009 e portato a termine, con lucida premeditazione, a Milano il 24 novembre successivo, approfittando di un grave errore di valutazione della donna, la quale, dopo molti anni e per la prima volta era tornata in città, assecondando il desiderio della figlia Cosco Denise, di rincontrare il padre".

Il giudice ricostruisce la genesi della decisione della donna di collaborare con la magistratura: "Garofalo Lea, riepilogando gli anni di convivenza con Cosco Carlo, giunge al maggio del 1996, data dell’arresto di Cosco Carlo per reati inerenti gli stupefacenti. A seguito dell’arresto dell’ex convivente, la donna, ormai logorata da anni di mancate promesse dell’uomo circa l’intenzione di cambiare stile di vita, decide di lasciarlo, portando con sé la figlia, Denise".

"La decisione della donna provoca la violenta reazione dell’uomo che, in due occasioni, tenta di aggredirla all’interno della sala colloqui del carcere di S. Vittore, dove si trovava recluso (...)".

"Per comprendere fino in fondo la portata della decisione di Garofalo Lea da parte di Cosco Carlo, non si può omettere di riferire un altro passo delle dichiarazioni della donna, secondo la quale la vergogna di Carlo – tipicamente in linea con l’ortodossia culturale e mafiosa della terra di origine– avrebbe portato l’uomo a chiedere di essere trasferito per non dover sopportare i commenti degli altri detenuti".

"In breve, l’articolata ricostruzione dei contributi investigativi forniti dalla Garofalo rende perfettamente conto del movente tanto del tentativo di sequestro di persona del maggio 2009 in Campobasso, che della successiva e definitiva scomparsa della donna". 

"I Cosco – ovviamente Carlo per primo –, a fronte della scelta di Lea Garofalo di troncare la relazione e intraprendere la strada della collaborazione, non possono non avvertire due esigenze ben pregnanti nella logica criminale della quale gli stessi fanno parte: vendicarsi dell’affronto della Garofalo e, soprattutto, apprendere che cosa ella avesse rivelato agli inquirenti circa traffici di droga e omicidi. A prescindere dalla utilità giudiziaria o meno delle chiamate di correità della Garofalo - che è dato che deriva non solo dalla intrinseca attendibilità del dichiarante, ma anche dalla disponibilità di elementi di riscontro rispetto ai quali in nulla può incidere il collaboratore - i Cosco sanno benissimo che quella donna rappresenta un pericolo. E conoscere quello che Lea aveva rivelato è un passaggio indispensabile per valutare la entità di questo pericolo e il modo per sottrarvisi. Ecco perché è necessario prima sequestrare Lea Garofalo – come si era tentato di fare a Campobasso – e poi inevitabilmente eliminarla. Ecco perché non è sufficiente semplicemente uccidere Lea Garofalo, cosa che sarebbe molto più facile e immediata".

"Il momento propizio giunge all’indomani della scelta spontanea della donna di uscire dal programma di protezione, nell’aprile 2009".

"Da quella data, Cosco Carlo inizia una progressiva opera di 'riavvicinamento' alla ex convivente, motivandola con il pretesto di affrontare insieme il futuro della figlia".

"Ricapitolando brevemente i fatti, dopo quasi dieci anni passati in regime di collaborazione, Garofalo Lea, verso il marzo del 2009, decide – come riferito da Denise per 'provare a vivere tutti insieme a Campobasso' – di tornare a convivere con Cosco Carlo, unitamente a Denise e ad alcuni familiari, nell’abitazione di Campobasso, per l’occasione presa in affitto proprio dall’uomo".

"Verso l’aprile del 2009, quindi dopo un brevissimo periodo di convivenza, la donna pone fine in modo alquanto deciso al rapporto letteralmente 'cacciando' di casa il Cosco e i suoi familiari e continuando a vivere nell’appartamento assieme alla figlia".

Un primo tentativo di sequestrare la donna a Campobasso fallisce. Ma i familiari non desistono, e mettono a segno un secondo agguato, nella zona di Milano. A raccontarlo agli inquirenti è un protagonista del primo tentativo, tale Sorrentino, che ha deciso di collaborare, e il cui racconto è supportato da una gran mole di intercettazioni.

"In buona sostanza, Sorrentino – nei verbali del 13 e 30 aprile 2010 – dichiara di avere appreso, per voce di Sabatino, le seguenti circostanze circa la scomparsa della Garofalo:
- la sparizione viene organizzata e decisa da Cosco Carlo;
- la Garofalo viene prelevata a Milano, dallo stesso Sabatino, da Venturino, e da due soggetti presumibilmente stranieri, al soldo dei Cosco;
- la donna viene caricata all’interno di un furgone, ove erano presenti anche i 50 chili di acido già procurati in occasione della missione molisana, e viene consegnata;
– a Cosco Vito detto Sergio e Cosco Giuseppe detto Smith;
– in attesa in un terreno collocato verso la terza o quarta uscita della strada per Meda;
- a questo punto, Sabatino esce di scena e non partecipa alle fasi successive del sequestro, pur sapendo esattamente quali fossero i programmi;
- Sabatino apprende da Cosco Carlo che la Garofalo è stata brutalmente interrogata e poi uccisa con un colpo di pistola e disciolta nell’acido".