L'Espresso - Per Emma è già autunno

La fuga dall'Alitalia. L'inchiesta sui fondi neri del gruppo. I guai al Forte Village. E le frecciate dei colleghi imprenditori. A poco più di un anno dall'ascesa in Confindustria, la presidente è in crisi

di Luca Piana

Gli imprenditori? Quando si tratta di rivendicare l’orgoglio di categoria, Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, non si tira indietro. «Il coraggio di chi fa impresa» è un’immagine che torna spesso nei suoi discorsi, come l’invito al mondo politico a «dimostrare lo stesso coraggio che gli imprenditori sono obbligati a mettere nelle aziende».
Quando si tratta di puntare i quattrini di famiglia in scommesse dall’esito incerto, tuttavia, Emma Marcegaglia si muove con una cautela che queste dichiarazioni non farebbero supporre. Così, in queste settimane, i vertici dell’Alitalia stanno affrontando la prima possibile defezione dalla squadra dei «capitani coraggiosi» - per usare le parole del premier Silvio Berlusconi - che avevano acquistato la compagnia solo pochi mesi fa. A lasciare potrebbe essere proprio il gruppo Marcegaglia, che vi aveva investito la somma simbolica di 10 milioni di euro.
Perché un’uscita a così poco tempo dal decollo? «L’operazione è conclusa, il mio compito è esaurito», ha tentato di spiegare. Una motivazione che non chiarisce i dubbi. Per i soci della compagnia, infatti, il difficile potrebbe venire proprio nei prossimi mesi, se la dotazione di capitale garantita inizialmente si rivelerà insufficiente a completare il rilancio. Un abbandono del gruppo Marcegaglia a ridosso di decisioni delicate finirebbe, forse, per alimentare ulteriormente le polemiche. Ma anche adesso, trascorso un tempo così breve da un’operazione dall’indelebile impronta politica, rimane forte il rischio di motivare ancor più le critiche giunte dagli stessi imprenditori: «Se la mia azienda avesse bisogno dei sette anni di cassa integrazione concessi all’Alitalia, chi glieli darebbe?», ha chiesto nei giorni scorsi il numero uno dell’Amplifon, Franco Moscetti, cancellando l’iscrizione all’Assolombarda.
Proprio nei giorni in cui incassa un commento favorevole da parte dei sindacati («il gruppo Marcegaglia sta gestendo con trasparenza la cassa integrazione negli stabilimenti più colpiti dalla crisi e dopo l’estate ci sarà una diminuzione che riflette i primi segnali positivi arrivati», dice a L'espresso Renato Bonati, responsabile del coordinamento di gruppo), Emma Marcegalia si appresta a vivere un agosto caldo. E le difficoltà non sono limitate all’Alitalia e alle tensioni tra gli imprenditori.
Un primo guaio nasce dall’indagine che la procura di Mantova ha avviato sui presunti fondi neri del gruppo fondato da Steno Marcegaglia, il padre di Emma, la cui sede è a Gazoldo degli Ippoliti, a una ventina di chilometri dalla città. La vicenda, rivelata a metà luglio dal quotidiano la Repubblica, rappresenta la coda di un’altra inchiesta giudiziaria, condotta questa volta a Milano, che nel 2008 ha portato Antonio Marcegaglia, fratello di Emma e amministratore delegato, a patteggiare una condanna a 11 mesi (più 6 milioni alla Marcegaglia spa) per le tangenti pagate all’Enipower, la società del gruppo pubblico Eni.
Le indagini milanesi avevano rivelato l’esistenza di numerosi conti off shore intestati alla famiglia, sui quali sono transitati negli anni decine e decine di milioni di euro. Il gruppo non sempre acquistava direttamente i materiali necessari per l’attività industriale ma li comprava da società di trading che riversavano i guadagni su appositi conti cifrati. Rispondendo ai magistrati, Antonio Marcegaglia ha spiegato che il sistema serviva a creare «risorse riservate che, peraltro, abbiamo sempre utilizzato nell’interesse del gruppo per le sue esigenze non documentabili».
Nelle motivazioni di diversi trasferimenti di denaro non mancano pagamenti in nero a collaboratori, professionisti, fornitori italiani. «Si tratta di fatti del 2004 già definiti, per i quali la procura di Milano non ha ritenuto di procedere per altri tipi di reato», hanno precisato i legali del gruppo, sostenendo che «l’invio del fascicolo alla procura di Mantova è una conseguenza formale dovuta a questioni di competenza territoriale».
Se gli approfondimenti in corso a Mantova porteranno a nuovi addebiti, si vedrà. Quel che è certo, però, è che il caso non può non suscitare un certo imbarazzo alla rappresentante di Confindustria, che di recente si è spinta a dare il benvenuto alla nuova sanatoria fiscale voluta dal ministro Giulio Tremonti sui patrimoni detenuti all’estero. Un dettaglio appare esemplare. Antonio Marcegaglia ha raccontato che nell’agosto del 2004 decise di chiudere il sistema di triangolazioni che permetteva di accumulare i fondi neri. Una parte dei fondi, pari a 22 milioni, venne trasferita a Singapore: «La decisione (...) era stata presa da tempo anche per motivi commerciali. Tuttavia non nego che l'inchiesta Enipower abbia impresso un’accelerazione per il timore di un possibile sequestro giudiziario», fu la spiegazione. Che fine abbia fatto il tesoretto, e a quanto ammonti oggi, è però un interrogativo che non trova risposta nelle carte del procedimento milanese.
Per il gruppo un altro fronte che si è aperto di recente è quello dei rapporti con Massimo Caputi, il manager finito sotto inchiesta a Milano con varie ipotesi di reato, tra le quali riciclaggio e ostacolo alle attività di vigilanza. Durante l’indagine, scattata dopo il ritrovamento casuale di 45 mila euro in contanti dimenticati da Caputi in un albergo, sono state intercettate alcune telefonate in cui il manager fa dichiarazioni preoccupanti sulla salute dei fondi immobiliari gestiti dalla Fimit, società di cui è amministratore delegato. In una successiva intervista al Corriere della Sera, Caputi ha descritto le difficoltà riferite come normali intoppi operativi.
Un passaggio, tuttavia, fa riferimento ai suoi rapporti d’affari con Emma Marcegaglia. Riguarda il fondo Delta che «contravvenendo alle regole» risulta «aver investito troppo in un unico cespite». Il cespite delle intercettazioni è il Forte Village di Santa Margherita di Pula, in Sardegna.
L’operazione Forte Village è forse la più importante fra quelle nate dall'alleanza tra Marcegaglia e Caputi. I loro rapporti risalgono al 2005 quando Caputi, allora numero uno della finanziaria pubblica Sviluppo Italia, vende a Marcegaglia e altri soci il 49 per cento di una società chiamata Italia Turismo, alla quale sono state conferite proprietà alberghiere e villaggi turistici in mano allo Stato.
L’affare si rivela fruttuoso per il gruppo Marcegaglia, che assume in proprio la gestione di una delle perle della collezione, il villaggio Le Tonnare di Stintino, mentre meno brillante sembra essere stato per Sviluppo Italia, visto che Italia Turismo nei primi 3 anni di cogestione pubblico-privato ha sempre chiuso in rosso.
Le strade dei due si incrociano nuovamente nel giugno 2007, quando una società di Macegaglia, la Mita Resorts, prende in gestione il Forte Village, che i fondi della Fimit acquistano contestualmente per 215 milioni di euro. Poco dopo, nel gennaio 2008, Caputi in persona entra nella Mita Resorts con una quota del 50 per cento. Caputi tenta di allontanare i sospetti di conflitto d’interessi: poco prima che Fimit comprasse il Forte, lui aveva lasciato la carica di amministratore delegato, pur restando in consiglio. L'incarico lo ha poi riassunto nel luglio 2008, dopo il suo ingresso personale in Mita Resorts.
Gli affari della Mita, peraltro, sembrano andare a gonfie vele. Da poco è partito un nuovo resort in Toscana, mentre la società si è presentata da sola alla gara d’appalto (ma la vittoria è sub judice al Tar) per la gestione della struttura della Maddalena dove avrebbe dovuto tenersi il G8. Si dice poi che Caputi e Marcegaglia abbiano messo gli occhi sulle palazzine liberty di via Piemonte, a Roma, tra cui c’è la sede della banca Mcc (gruppo Unicredit) per farne residenze di lusso. Indiscrezione che Caputi, interpellato, smentisce.
In questa girandola di operazioni, tuttavia, la partecipazione del fondo Delta nel Forte Village ha superato i limiti imposti dalla legge: nessun fondo può investire più del 33 per cento delle proprie risorse in un unico bene, sforamento che Delta (venduto a 14 mila risparmiatori) ha accusato dall’inizio ad oggi (al momento è al 38 per cento). Fimit precisa che lo sforamento è sempre stato comunicato agli organi di vigilanza e che la situazione sta rientrando nei limiti per effetto di nuovi investimenti. La Procura, intanto, indaga.
La fuga dall’Alitalia. L’inchiesta sui fondi neri del gruppo. I guai del Forte Village. E le frecciate dei colleghi imprenditori. A poco più di un anno dall'ascesa in Confindustria, la presidente è in crisi.
(04 agosto 2009)