Letizia, la lady che non molla mai

Costretta allo spareggio dal suo avversario, la Moratti è sulla scena
politica da 17 anni. Dopo avere sistemato i conti in Rai e rimesso in
piedi la scuola stava risanando Milano

Certo una batosta così, Letizia Moratti non se l’aspettava davvero. Non solo non ha vinto, non solo è costretta al ballottaggio, ma non parte neanche in pole position per il secondo turno. Al momento, Pisapia l’ha stracciata. D’accordo, non avrà funzionato il centrodestra ed è sconfitto anche il Cav, ma è il sindaco uscente che ci ha messo la faccia. E l’ha persa. Politicamente parlando, è il peggiore momento della sua vita. Con la coda velenosa della lista di sua cognata, la rossa Milly, che ha portato un bel grappolo di voti al suo avversario. Un amaro risvolto privato - e una possibile zizzania familiare - che suggella una giornata nera.

Da 17 anni Letizia ha abbracciato la vita pubblica. Da altrettanti la osserviamo. Ne aveva 45 quando - con la vittoria elettorale del Cav nel ’94 - divenne presidente della Rai. È stata poi cinque anni ministro dell’Istruzione con i governi Berlusca II e III e cinque sindaco di Milano. Ha raggiunto i 62 anni senza variare dalla prima apparizione: un manichino di alta sartoria, rigida come uno stecco. Ha ricoperto i ruoli con professionalità, ma non ha entusiasmato. È apparsa autoritaria, indifferente, talvolta timida. Non fatta per le folle. Il suo predecessore a Palazzo Marino, Gabriele Albertini - che, senza cedere al populismo, si era conquistato le simpatie della città - ha detto: «Letizia ha un problema di sintonia con i milanesi. La sua ricchezza e il tono perentorio non favoriscono l’identificazione dei cittadini». Una lapide sotto un busto di marmo, che spiega anche l’attuale battuta d’arresto.

Per andare oltre il ghiacciolo bisogna prendere un’altra strada.
Due sono le pietre miliari di Letizia Brichetto. L’incontro con il marito Gianmarco Moratti e quello di entrambi con la comunità di San Patrignano. Quando si conobbero nel 1972, Gianmarco aveva 36 anni ed era braccio destro del padre, Angelo, alla Saras, l’azienda petroli di famiglia. Aveva alle spalle il matrimonio con un’esuberante signora romana, Lina Sotis, da cui erano nati due figli. Letizia era invece una pargoletta con tredici anni meno del fidanzato, una laurea in Scienze politiche e un’adolescenza gozzaniana: studi al Collegio delle fanciulle; unico svago la danza classica. I Brichetto Arnaboldi erano liguri-piemontesi del ramo assicurazioni. Paolo, il padre, era stato medaglia d’argento partigiana e prigioniero a Dachau. Anticomunista col botto, aveva militato nella «Brigata Franchi» di Edgardo Sogno e con lui - negli anni del flirt tra Letizia e Gianmarco - creò i «Comitati di resistenza democratica» per prevenire un’eventuale presa del potere del Pci.

Il matrimonio Moratti-Brichetto, allietato da Gilda e Gabriele (oggi ultratrentenni), è un sodalizio di ferro. Gianmarco è primo consigliere e manager di Letizia. Agli inizi, le finanziò la Gpa, una società assicurativa di cui è stata fondatrice. Anni dopo la rilevò, per consentirle di darsi alla politica libera da pesi. L’ingresso di Letizia nella vita pubblica fu programmato a tavolino.

Gianmarco, che è il capo famiglia - il cadetto Massimo, patron dell’Inter, è un’appendice - decise che, con la seconda Repubblica, era giunta l’ora del rilancio dei Moratti. Negli anni ’70, papà Angelo, fondatore dell’azienda, era stato presidente dell’Inter e proprietario del Corriere della Sera. Ma era un parvenu, più presente sui giornali che nei salotti buoni. Presto dovette cedere squadra e quotidiano. Vent’anni dopo, i figli - la seconda generazione, più gradita agli snob - avevano moltiplicato l’eredità paterna. Il primogenito, taciturno e testa fina, fu preso dal desiderio di fare dei Moratti i Kennedy della Madonnina. Autorizzò il fratello a riprendersi l’Inter (1995) e puntò sulla moglie, determinata e poliglotta, per farne la pedina principe del progetto. Da allora, dietro ogni ruolo ricoperto da Letizia - Rai, ministro, sindaco - c’è lo sprone di Gianmarco, attento e affettuoso. Lui rappresenta per lei un retroterra di certezze: larghe disponibilità e relazioni eccellenti. È stato il marito a finanziarle con 6,5 milioni di euro la campagna di sindaco nel 2006 (il rivale dei Ds, Bruno Ferrante, spese un decimo e rischiò l’ospizio). Fu lui a consentirle di strappare per Milano l’Expo 2015 - notoriamente merito del sindaco uscente - ottenendole i voti degli Stati petroliferi del Terzo Mondo.

A unire ancora di più la coppia, fu l’innamoramento per Vincenzo Muccioli. Pare che Gianmarco l’abbia conosciuto durante una seduta spiritica di cui il factotum di San Patrignano era medium. Ne divenne lo sponsor, profondendo di tasca sua decine di milioni per il recupero dei tossici. Anche Letizia sposò la causa. Tuttora, come già da lustri, passano con i figli i fine settimana a San Patrignano, dormendo anche in roulotte, e festeggiano Natale e altre ricorrenze. Hanno vissuto i vari drammi della comunità terapeutica e sono stati accanto a Muccioli quando era sulla graticola per i metodi sui generis: ragazzi in catene, pugni, sberle. Gli davano addosso stampa, sinistra e magistratura. Negli anni ’70, fu incriminato e rischiò il carcere.

Qui si inserisce un fatto che rende ancora più strana la gaffe tv di Letizia con Giuliano Pisapia, il rivale elettorale. Furono i Moratti, e certamente i loro soldi, ad affiancare in difesa di Vincenzo, il più famoso penalista italiano di quegli anni, Giandomenico Pisapia, padre di Giuliano. Con un’arringa memorabile, il legale ottenne l’assoluzione in appello di Muccioli, dimostrando la necessità, nei casi estremi, dei suo metodi eterodossi. Immagino che la gratitudine di Letizia sia stata immensa e abbia conservato Pisapia senior nel cuore. Si infittisce perciò il mistero di come abbia potuto, sere fa, dimenticare col figlio la riconoscenza verso il padre. Chissà che non sia stata la sua imprudenza fatale.

Donna mite nel proprio intimo, Moratti ha invece un che di napoleonico negli atteggiamenti pubblici per occultare la fragilità. Un giorno, da presidente Rai, telefonò al direttore generale. «È sull’altro apparecchio. Un attimino», rispose la segretaria. Ma lei, a brutto muso: «Gli dica di riattaccare, la presidente sono io». Diventata sindaco, criticò subito il piano parcheggi di Albertini, inimicandoselo, e cambiò 94 dirigenti senza avere sperimentato né quelli che cacciava, né quelli che assumeva. Ha infatti il vizio di non analizzare da sé le situazioni, ma affidarsi a consiglieri di origine imprenditoriale nella presunzione che siano il top. Invece, infarciti del mito astratto dell’efficienza, ma digiuni di leggi e riti di Palazzo, creano intoppi. Per le cacciate a capocchia è stata incriminata per mobbing, per le «consulenze d’oro», di sprechi. Il giudice penale, l’ha assolta. La Corte dei Conti, censurata. Tipico esemplare della sua cova, è il manager Paolo Glisenti. Letizia voleva imporlo cesaristicamente alla guida dell’Expo, nonostante il Comune sia minoritario nell’Ente. Fu petulantissima. Finché Tremonti, che aveva il coltello dalla parte del manico come titolare del Tesoro, le disse spazientito: «Letizia, lo Stato non è tuo marito» e nominò Lucio Stanca.

Ora vuole la rielezione - tanto più dopo l’affronto di ieri - per non lasciare le cose a metà. Non sarebbe da lei. Se ne andò dalla Rai, sanato il bilancio. Dall’Istruzione, riformata la scuola. Da sindaco ha varato il piano regolatore (Pgt) e chiede il bis per applicarlo. Dopo - ma solo dopo - punterà a un organismo internazionale per portare la dynasty morattiana sulla gran scena da mondo. Nell’attesa di più alti destini e se vincerà il ballottaggio (può ancora accadere), speriamo tappi i buchi di quella gruviera che sono le strade di Milano.