Letta, il "bamboccione" minacciato dai vecchi

Aspitante sconfitto/1. Il candidato giovane: "Mi dicevano: non è il tuo turno, aspetta". Sa di perdere, ma vuole essere in pole position per il futuro

da Roma

Non è più un «bamboccione», Enrico Letta. Probabile che non lo sia mai stato. Ma così ha chiamato la sua lista, «dei bamboccioni», tanto per tramutare in oro lo scivolone dell’amico ministro Tps (Tommaso Padoa-Schioppa). Marchio di fabbrica garantito, Letta junior è il perdente che ha già in tasca il biglietto fortunato della lotteria. Capace di rovesciare ogni situazione a suo vantaggio e di dire la verità senza darlo a vedere: la classe non è acqua, e il suo «contropiede all’italiana» un classico che non tramonta.
Riflessivo, troppo serio per trascinare le masse. Più un professore da cooptare in politica che un arruffapopolo fai-da-te. Eppure ha raccontato la «sofferta» decisione di scendere in campo come una «rottura degli schemi» e addirittura uno «scandalo». Parlava sul serio: ma di se stesso, naturalmente, della prova cui lo hanno sottoposto gli esperti consiglieri, per saggiare il suo futuro da leader designato, da post-Veltroni pronto per l’uso. Così s’è dovuto buttare letteralmente nell’arena: su alcune spiagge italiane in pieno agosto, per improbabili comizi sul Pd in maniche di camicia sudaticcia. «Ti stai tagliando i ponti dietro le spalle - gli avrebbero detto prima di candidarsi -. Adesso non è il tuo turno, è quello di Veltroni. Guarda che il tuo turno sarà la prossima volta se non rompi...». L’ha raccontato lui stesso, ed è probabile che sia vero. Ma Letta jr. ha saputo ribaltare in contropiede l’avvertimento, attaccando un sistema nel quale ci sono i «diktat romani» e «qualcuno decide quando è il vostro turno».
Cooptato ministro a 32 anni, dice «basta a una classe dirigente scelta per cooptazione». Da sicuro politico con un futuro scritto in caratteri aurei, ha annunciato che «se prenderò il 3 per cento, chiudo con la politica». Da parlamentare di più di una legislatura, ha imbracciato il grillismo per proporre di «abolire la pensione per i parlamentari». Da giovane-vecchio, è alfiere del giovanilismo in tutte le salse, dal logoro «largo ai giovani» al concreto «i giovani devono essere il motore del Paese». Strizza l’occhio all’antipolitica, ma quando Veltroni ha tirato in ballo Veronica Lario, Enrico non ha esitato: «Sono indignato». In lui però Walter vede un erede e un simile, tanto da difenderlo: «Non è come la Bindi, fa cose diverse». La differenza? Fu Rosy a lanciare, mesi fa e a modo suo, la battaglia per far pagare il meno possibile agli elettori delle primarie. Eppure solo quando Enrico ha esposto pacatamente la tesi che era della Bindi, i garanti hanno deciso che per votare bastava un euro.
Realista convinto, di fronte alle critiche di Bankitalia alla manovra è sbottato: «Per carità, non dobbiamo litigare con Draghi!». A Napoli ha invece affermato: «Non facciamo il Pd per pilotare, in un modo o in un altro, la crisi di governo del prossimo autunno». Tutto già scritto, viva la sincerità.