Letta da mediatore a fustigatore: "Attenti, stiamo precipitando"

Il sottosegretario, sempre prudente, ora sceglie toni drammatici per contrastare i veti incrociati di maggioranze e opposizione

Roma - In pochi giorni «tutto è precipitato», tanto che il governo «sta valutando tutte le ipotesi e le possibilità», perchè servono «scelte rapide e coerenti».
Le parole pronunciate ieri da Gianni Letta trapelano dall’incontro tra governo e parti sociali, e offrono la fotografia più efficace della drammaticità della situazione. Tanto più se a pronunciarle è un uomo parco di aggettivi e moderato nei termini come l’eminenza grigia di Palazzo Chigi. «In questi cinque giorni - ha sottolineato Letta - tutto è cambiato, tutto è precipitato. La realtà è in così rapida evoluzione al punto che è diversa dall’avvio di questo tavolo».
Parole che fanno rumore, tanto da diventare l’apertura del Tg di La7, mentre sul Tg1, accusato di averle «censurate», si scatena la polemica delle opposizioni.
Il frastuono che arriva dai mercati in caduta libera e dall’area euro assediata da ogni lato echeggia minacciosamente dietro le porte chiuse di Palazzo Chigi, e cancella in un nanosecondo anche la proverbiale prudenza di Gianni Letta. Il quale sa, essendo l’ambasciatore con il Quirinale, che Giorgio Napolitano sta rientrando precipitosamente a Roma dalla breve vacanza eoliana, e che già per oggi, in tarda mattinata, ha convocato una riunione con i consiglieri giuridici e economici per esaminare il decreto di «ristrutturazione della manovra» (copyright Tremonti) di cui il governo ha promesso di recapitare una prima «bozza» sul suo tavolo stamani.
Ma dei cui contenuti, a ieri sera, sul Colle non si aveva ancora alcuna notizia. La sensazione di un impasse creato da «veti incrociati», fuori e dentro il governo, innanzitutto sui due grandi capitoli di possibile intervento (patrimoniale e spesa pensionistica) rimbalza fino al Quirinale. Assieme alla sensazione di totale assenza, per ora, di quella «coesione nazionale» tante volte evocata dal presidente: con la maggioranza che si divide, il governo che per bocca di alcuni suoi ministri attacca l’opposizione e il centrosinistra, dal canto suo, pesantemente condizionato dalle scelte della Cgil, che ieri minacciava lo sciopero generale contro eventuali «iniquità» sociali, a cominciare dalle pensioni.
È anche per questo che Letta ha usato parole così forti, che ieri hanno fatto rumore. Un tentativo di drammatizzazione (peraltro ben giustificato dalla realtà) per richiamare tutti - fuori e dentro la maggioranza - alla gravità del momento, che non consente a nessuno di asserragliarsi in difesa delle proprie constituency elettorali o sociali.
La preoccupazione del Quirinale, che riecheggia nel duro monito lettiano, è che la maggioranza si avviti nei veti incrociati tra Lega e Pdl, tra fautori della patrimoniale e suoi avversari e la stesura del decreto rallenti. Mentre «se passano altri due giorni di questo terremoto dei mercati, si rischia di dover fare davvero interventi socialmente pesantissimi».
Sul fronte dell’opposizione il Pd di Bersani soffia sul fuoco delle divisioni nella trincea avversaria, nella convinzione che la Lega «non sia in grado di reggere nessuna delle scelte sul tappeto», e che la maggioranza di governo possa implodere. «Pretendiamo che il governo porti le sue proposte - sfida Bersani - e che Tremonti ci dica come e a carico di chi intende trovare 20 miliardi per l’anno prossimo». Spiega Francesco Boccia: «Noi siamo pronti anche a dare il nostro sostegno, ma a un patto: deve essere basato sul principio che chi più ha più dà». No quindi a nuove strette previdenziali, sì invece a «tassazione delle rendite, revoca del condono sulle quote latte, taglio dei costi della politica e delle provincie, reintroduzione dell’Ici per i più ricchi».