Lettera aperta a Bondi: «Con i tagli al Fus rischiamo di scomparire»

Santa Cecilia, la Scala, il Maggio e l'Opera di Roma si appellano al ministro: «Da rividere la legislazione sulle fondazioni. Senza i soldi dello Stato anche gli sponsor privati si tireranno indietro».

«Di fronte alla crisi economica che investe pesantemente anche il settore della lirica e della musica sinfonica, occorre una forte assunzione di responsabilità da parte di tutti». È quanto si legge nell'incipit della lunga lettera/documento che l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, insieme con il Teatro dell'Opera di Roma, la Scala di Milano e il Maggio Musicale Fiorentino, ha indirizzato al ministro Sandro Bondi. Subito dopo le prime righe di questa lettera, che suggerisce al responsabile del Beni culturali una serie di interventi possibili per non affossare completamente uno dei comparti più prestigiosi del made in Italy, le quattro istituzioni spiegano che non si riconoscono più nella politica dell'Anfols (l'associazione che raccoglie le fondazioni liriche italiane) che nella sua ultima assemblea del 4 dicembre 2008 aveva bocciato la possibilità delle stesse fondazioni liriche di conquistare maggiore autonomia di gestione dei fondi pubblici e privati loro assegnati. «Occorre precisare, pertanto - si legge nella lettera inviata a Bondi - i punti fondamentali sui quali avviare il lavoro in direzione di una seria e lungimirante riforma del settore: 1) l'Opera lirica, la tradizione del Belcanto, la musica sinfonica sono ancora oggi uno dei prodotti culturali italiani di eccellenza nel mondo. Un pezzo essenziale del made in Italy. È stata per secoli, e lo è tuttora, anche una delle modalità di apprendimento della lingua italiana all'estero e di comunicazione della nostra identità culturale. Dopo una fase complessa, dovuta anche ai tempi di assestamento dei Teatri dalla natura pubblica a quella privata, negli ultimi anni alcune Fondazioni hanno compiuto uno sforzo notevole sia per rafforzare la presenza all'estero sia per favorire la partecipazione di un pubblico sempre più ampio. In questa prospettiva, sono state molte le iniziative messe in campo che hanno portato, anche di recente, a importanti risultati e al gradimento da parte dei giovani, di nuove categorie di pubblico e degli operatori internazionali. Tutto ciò a fronte di una immagine generale del settore certamente non positiva, rispetto ai temi dei bilanci, dell'organizzazione e della gestione interna. Una comunicazione che, su questo aspetto, non ha sufficientemente evidenziato la realtà di quelle fondazioni, nei campi della musica e della danza, che hanno mostrato grande capacità di rinnovamento e di rigore, anche rispetto al controllo e alla qualificazione della spesa». Il secondo punto della lettera spiega che «l'intervento pubblico nel settore deve essere considerato un autentico investimento e non una spesa improduttiva. I dati dimostrano che gli spettacoli e le attività delle Fondazioni generano e, talvolta, sostengono in modo considerevole numerose iniziative economiche e imprenditoriali ad esse collegate direttamente ed indirettamente nel territorio. Si pensi, ad esempio, al portato di queste iniziative sul turismo culturale, che costituisce sempre più una risorsa fondamentale per il nostro Paese. Peraltro, la caduta dell'intervento dello Stato genera un effetto conseguente non solo su quello delle Regioni e degli Enti locali, ma anche sull'impegno delle imprese che nell'ultimo decennio, per la prima volta, sono state coinvolte a sostegno della gestione, con contributi significativi». Pur accogliendo favorevolmente la proposta presentata dallo stesso Bondi di avviare un tavolo di lavoro per individuare soluzioni condivise, Santa Cecilia e «sorelle» sottolineano la drammaticità della congiuntura che si è determinata a seguito dei tagli inflitti al settore». In buona sostanza chiedono un ripensamento sui tagli previsti in Finanziaria per il Fus ricordando il modello «estero», dove le istituzioni musicali perdono consensi e prestigio e - soprattutto - finanziamenti privati, quando è lo Stato a fare un passo indietro. «Dalla diminuzione della produzione (del numero degli spettacoli e delle attività) non consegue alcun vantaggio - spiegano ancora nella lettera - anzi un danno economico per le Fondazioni. Come è noto, la struttura di bilancio registra costi fissi (personale, gestione degli spazi, etc.) particolarmente elevati nel settore. Pertanto, una riduzione delle attività non genera automaticamente la conseguente significativa riduzione delle spese ma, al contrario, un mancato introito certo derivante dalla vendita dei biglietti e dagli sponsor». Anche dal punto di vista legislativo possono essere fatti passi avanti per migliorare la funzionalità delle Fondazioni grazie a una maggiore autonomia di gestione e «ad alcuni cambiamenti dei sistemi di governance e di controllo superando le evidenti contraddizioni nelle quali le Fondazioni sono costrette a vivere». Alla lettera delle quattro istituzioni musicali fa eco Alberto Francesconi, presidente dell'Agis, che esorta il governo a rivedere i tagli al Fus. «Come mostrano i bilanci dell'anno appena concluso, - spiega Francesconi - l'industria culturale ha colto risultati confortanti in Italia e ancora migliori nella vicina Francia, Paese che ha fatto propria la bandiera dell'eccezione culturale, attraverso un coraggioso investimento sulla cultura, dalla quale ha ricavato larghe soddisfazioni a livello di immagine internazionale e di ritorno finanziario».