LETTERA APERTA AL MEDICO CHE PUÒ SALVARLA

Caro professor De Monte,

mi scusi se mi rivolgo direttamente a lei, ma in questo momento la sorte di Eluana è nelle sue mani. È lei che guida lo staff medico, è lei che ha la parola ultima sulla vita e sulla morte della ragazza. Oggi tutti gli occhi sono puntati su Roma, sul palazzo. Tutti a discutere di scontro di poteri e assetti istituzionali, tutti a interrogarsi sui tempi parlamentari. Come al solito, in questo Paese, si diventa all’improvviso tutti ct della nazionale di calcio, tutti skipper di Luna Rossa, tutti esperti di curling. Oggi stiamo diventando tutti esperti di regolamenti della Camera e del Senato. Quanto ci vuole per la conferenza dei capigruppo? E la commissione in sede referente?
Mi scusi, ma io non ce la faccio ad appassionarmi al gioco. E nello stesso tempo non riesco a togliere gli occhi da lì, da quella stanzetta di Udine, da quel tappino giallo che dalle 6 di venerdì mattina impedisce a Eluana di nutrirsi. Secondo gli esperti dopo 48 ore (i più ottimisti dicono 72) i danni su un corpo così disabilitato diventano irreversibili. E dunque più guardo verso Udine più mi intristisce l’affanno di Roma: temo che il grande dibattito, fuori e dentro i palazzi, sia completamente inutile. Se tutto va bene, infatti, la legge arriverà mercoledì o forse più probabilmente venerdì. Venerdì, ha capito dottore? Venerdì ci sarà una legge che dice che Eluana non va uccisa. E nel frattempo, però, Eluana sarà uccisa. Primo e unico caso in Italia di un’eutanasia così atroce (morte per fame e per sete) su una volontà presunta e piuttosto traballante.
Più leggo il decreto (decreto, non sentenza: c’è una certa differenza come rispieghiamo oggi) della Corte d’Appello, infatti, più mi rendo conto di quanto sia zoppicante quella decisione. Davvero Eluana voleva morire? Ne siamo così sicuri? Continuo a sentire, come prova fondamentale, la testimonianza di una sua amica (una delle tre chiamate a deporre). Sostiene che di fronte a un loro coetaneo finito in coma Eluana accese un cero ed esclamò: «Prego perché muoia». Non è un po’ poco? Come prova, dico, non è un po’ debole? Che valore può avere la reazione emotiva di una diciottenne di fronte a una tragedia? Si può desumere da lì un testamento biologico? E perché altre amiche, che su Eluana avevano un’opinione diversa, non sono state ammesse come testimoni?
Le dico la verità, caro professore: io non voglio vivere in un Paese dove, se divento incapace di intendere e di volere, un tribunale decide di farmi morire di fame solo perché una volta, magari in un momento di sconforto, ho detto «no, non vorrei vivere così». Pretenderei di essere informato, prima di decidere sulla mia morte, vorrei rifletterci su, magari vorrei lasciare qualcosa di scritto. Insomma: non voglio che mi lascino morire per un’impressione. E credo che nessuno lo voglia. Tanto è vero che in nessuno dei disegni di legge presentati alle Camere, nemmeno in quello più favorevole all’eutanasia, esiste la possibilità di sospendere l’alimentazione sulla base di una volontà presunta. Per questo, in caso di approvazione della legge, Eluana sarebbe la prima a morire così. E l’ultima.
E allora le chiedo: non le sembra troppo da sopportare questo orrore che s’infila dentro un vuoto normativo? Non crede che il rimorso di quella vita che si spegne per fame e per sete a causa di un ritardo del Parlamento, di un decreto non firmato, di una discussione in aula, di un regolamento del Senato, sia troppo da reggere per lei? Quando è andato a prendere Eluana a Lecco, ricordo, rimase sconvolto. Si aspettava un pezzo di legno, probabilmente, un essere amorfo, come lo descrivono i cantori della morte. Invece s’è trovato di fronte a una ragazza viva: una ragazza che dorme, si sveglia, apre gli occhi, tossisce, ha il ciclo mestruale. Una ragazza che se le prendi il volto fra le mani, la accarezzi e le parli ha un fremito come quello dei neonati. E questo l’ha sconvolto, si capisce, caro professore: quella a cui lei sta togliendo cibo e acqua non è una statua, un’idea, un corpo inerte, una bandiera. È una persona.
Raccontano che ancora ieri lei fosse in lacrime. Un po’ la tensione, un po’ la pressione. Ecco, glielo voglio dire, io disprezzo coloro che la aggrediscono o le urlano assassino, così come disprezzo quelli che hanno scritto «Beppino boia» sui muri di Udine. Non si può difendere la vita perdendo la civiltà. Però proprio perché penso che lei non sia un assassino, ma una persona piena di dubbi come tutti noi, proprio perché mi hanno subito fatto simpatia quelle lacerazioni d’animo schietto che lei mostra tra i pantaloni rossi e l’orecchino, le chiedo: come fa? Come fa, lei che ha giurato fedeltà ad Ippocrate, lei che ha promesso di far di tutto per salvare una vita, come fa ad accettare l’orrore di questa morte?
Se la legge arriverà troppo tardi, quando ormai le condizioni di Eluana saranno compromesse, molti se ne assumeranno la responsabilità. Il presidente Napolitano innanzitutto, e poi i parlamentari dell’opposizione che hanno rifiutato una convocazione immediata delle Camere. Ma il peso più grande ricadrà su di lei. So cosa sta pensando: lei dà esecuzione a una sentenza, lei fa la volontà del malato. Ma, a parte i tanti e irrisolti dubbi sulla reale volontà di Eluana, di cui abbiamo già parlato, siamo sicuri che basti? Abbiamo troppo rispetto per la sua professione, caro professore, per pensare che il medico si possa ridurre a mero esecutore di volontà altrui, in burattino di decisioni prese altrove. Un medico ha sempre il dovere di decidere secondo la sua coscienza. Un medico ha sempre il dovere di difendere la vita fin che può. E allora interrompa la procedura, caro professore. Dia acqua e cibo a Eluana. Lo faccia ora, lo faccia subito. Domani potrebbe essere già troppo tardi.