Lettera al direttore

Caro Direttore, posso raccontarLe una cosa?
Sabato scorso, mentre lavoravo, come ogni giorno, un pazzo è entrato nel mio negozio (tabaccheria) pieno di gente (8 persone più il sottoscritto) e ha minacciato di ammazzarmi e di uccidere una cliente con una pistola se non gli avessi consegnato i soldi. Vado a far la denuncia alla Polizia e, mentre sono in caserma, i poliziotti mi parlano di un pazzo che sta sparando dal tetto di un palazzo a Guidonia...
Il giorno dopo, anche il ristorante di mio zio viene rapinato: uguale il modus operandi, diverse le persone, ed il luogo. Questi sono solo tre episodi di un bollettino di guerra che si allarga giorno dopo giorno.
Roma città sicura? Chi dice questo o è pazzo, o è visionario... o è ignorante... o ci prende in giro. Veltroni, Rutelli, Prodi... tutti affermano che non ci sono problemi.
Il bel governo di sinistra nella Capitale ha moltiplicato le ferite di una città non in grado di assorbire il bisogno e la fame della gente che ci vive. Roma non è sicura. Roma è una polveriera, e la gente è stanca. La stanchezza, l’esasperazione portano a rappresaglie, contro chi ci ha portato a livelli di vita insostenibili. Io non ho più voglia di domandarmi... «ma oggi tornerò a casa, o verrò ucciso da qualche malvivente?».
Io non ho più voglia di aver paura del primo pazzo che mi entra in negozio. Io non ho voglia di vivere così.
Io voglio vivere una vita serena. Non voglio essere preso in giro, e voglio serietà. Serietà nel trovare i problemi, nel non nascondersi davanti a piccoli ripari di fortuna... e voglio che i governanti affrontino con giudizio le questioni che più danno pensiero ai cittadini. Oggi è nuvoloso... Voglio poter sperare... che domani esca il sole. Mi aiutate?

Roma

Vorrei aiutarla, signor Girella. Anzi, di più: sto (stiamo cercando di aiutarla) nell’unico modo che noi abbiamo, cioè quello di scrivere, di denunciare, di raccontare quello che succede, andando al di là delle dichiarazioni ufficiali e della propaganda da festival del cinema. Mi verrebbe da dire che fare il giornale così non è facile, che per fare questo corriamo ogni giorno anche noi dei rischi. Ma dopo aver letto la sua lettera, non oso parlare di rischi. Cosa vuole? Dietro la mia scrivania ho tenuto per molto tempo un vecchio motto da tipografia che diceva: «Quel tale sparò a un giornalista, lo mancò e colpì un passante. Ci dispiace molto per il passante, ma le intenzioni erano buone». In genere mi fa sorridere. Oggi, un po’ meno. Diciamo che avrei citato quell’aforisma più volentieri, se qui non parlassimo di spari veri.
In effetti, signor Girella, lei ha avuto proprio una due giorni di fuoco: prima ha subito una rapina nella sua tabaccheria, poi suo zio l’ha subita al ristorante. Nel mezzo, come passatempo, siete venuti a sapere dalle notizie di cronaca che poteva andarvi persino peggio: in fondo, siete ancora vivi.
Ecco si parla tanto in questi giorni di sicurezza. Ma c’è poco da aggiungere ad una testimonianza così. Si capisce perché in tutti i sondaggi la lotta alla criminalità è al primo posto fra le richieste che gli italiani fanno a chi governa. E chi governa come risponde? Buonismo, un po’ di retorica e qualche falsità. Noi continueremo a denunciarlo e a scriverlo, caro signor Girella. Se poi questo basterà a far tornare il sole, o no, chi lo sa? Di sicuro non Veltroni e Rutelli. Più probabile il colonnello Giuliacci.