Lettera inedita

È il 4 dicembre 1946 e don Carlo Gnocchi va di fretta. Di ritorno dalla Russia ha scoperto il dramma dei mutilatini - almeno 15mila ancora a metà degli anni ’50 - e vuole risolverlo alla sua maniera. Così va a batter cassa dalle grandi famiglie milanesi: i Borletti, i Falck, i Moratti. Contemporaneamente gira come una trottola per dare una degna sistemazione ai suoi ragazzi. E il tempo, che gli sfugge fra le dita, è per lui quasi un’ossessione. Così il 4 dicembre 1946 scrive a Lolita Carnelutti, moglie di Francesco Carnelutti, il leggendario penalista, un’icona dell’avvocatura del ’900, e la prega in tutti i modi. Per Natale don Carlo vuole un regalo importante: una motocicletta. «Io le assicuro - scrive il sacerdote che non rinuncia mai alla sua ironia - che se per Natale il Bambino non mi porta almeno una motocicletta lo denuncio alla Camera del Lavoro».
Don Carlo è fatto così: è figlio di un cristianesimo, quello milanese, solare e dalla robusta intelaiatura razionale, un cristianesimo che non si accorda con gli uomini tiepidi, ma richiede temperamenti forti. È un cristianesimo che reclama la vita eterna, ma anche, come insegna la massima evangelica, il centuplo quaggiù. E una lettera inedita, riemersa dagli archivi della Piaggio e che verrà presentata, a fine mese, al meeting di Rimini nell’ambito della mostra «Con avida, insistente speranza», ne è la controprova. Don Carlo vuole una moto: «Una delle nostre più gravi deficienze è quella di un mezzo rapido ed... economico di trasporto per il direttore, vale a dire per il sottoscritto che deve fare vita da galera sui tram di Milano e sulle ferrovie a causa delle varie sedi che abbiamo per gli Orfani di guerra, per i Grandi invalidi di guerra e ora anche per i Bambini mutilati di guerra».
Come fare per andare da Milano, suo quartier generale, ad Arosio, nel Comasco, dove è la casa da cui parte questa missiva? Gli Alleati gli hanno regalato una jeep e qualche benefattore gli ha consegnato una Giardinetta, ma i due mezzi si scassano sempre. «Lei sa quanto mi sta a cuore di organizzare perfettamente la casa del Bambino mutilato. Ma tutto questo richiede tempo, tempo, tempo, quel tempo che si risucchiano i tram, le strade di Milano, le anticamere della burocrazia, e le code davanti agli sportelli delle varie Sepral e Camere di commercio». La moto è quel che gli serve per abbattere il tempo: «Mi trovi del tempo. Ne ho bisogno più che del lavoro e quindi mi trovi la motocicletta. Se non vuole vedermi sotto la motocicletta in qualche strada congestionata di Milano. Insomma, o sopra o sotto la moto. Di qui non si scappa».
Non sappiamo come questa storia sia andata a finire. Ma possiamo intuirlo. Il fatto che la lettera esca dagli archivi della Piaggio indica che ci fu un seguito, probabilmente positivo. Del resto Lolita Carnelutti, oltre che donna influente, era anche una signora molto vicina all’opera di don Gnocchi, allora ai primi passi. Tanto che nell’ottobre ’48 entrerà nel consiglio d’amministrazione della Federazione Pro infanzia Mutilata e verserà 30mila lire, come gli altri cinque soci, per formare il capitale sociale.
Qualche anno dopo, don Carlo gira per Milano con un Galletto. Il cardinal Schuster lo chiama in curia e lui arriva in un baleno, Schuster gli chiede come abbia fatto. Il miracolo, è la risposta di don Carlo, è il Galletto. «Ma figliolo - gli spiega un affranto Schuster - ti ho chiamato proprio per questo». Per i preti di quell’epoca, infatti, la moto era un tabù. Meglio non usarla. Non stava bene. Dava adito a maldicenze, chiacchiere, veleni. Argomenti che don Gnocchi nemmeno prende in considerazione. «Ma come faccio con la mia Baracca?», domanda a Schuster preoccupandosi dei suoi ragazzini. E Schuster lo lascia andare col suo Galletto. Quando glielo portano via, i dipendenti della Guzzi organizzano addirittura una colletta per ricomprarglielo.
Alla fine, a furia di andare in giro in moto, don Carlo cade. E gli viene ingessato il busto per una ventina di giorni. Deve subire anche la reprimenda di padre Gemelli, di cui è assistente ecclesiastico alla Cattolica: «Caro don Gnocchi, mi duole sentire l’incidente che ella ha avuto, ma non mi meraviglia. Ella si ricorderà la predica che le ho fatto: tutte le volte che incontravo una Vespa pensavo a lei e ai pericoli che ella correva». È l’estate del ’47. Che sia proprio la Vespa chiesta a Lolita Carnelutti? Di lì a poco i due, agli antipodi su tutto, rompono e non s’incontreranno più.