Lettera liberale a Berlusconi

Caro direttore, vorrei inviare tramite il nostro Giornale una lettera a Silvio Berlusconi, leader della Casa delle libertà, prendendo spunto dall'intervento del coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi, pubblicato qualche giorno fa con il titolo «La sinistra ora cerca socialisti e radicali dopo anni di insulti». Scrivo non come antico esponente radicale ma come liberale che in questi anni ha guardato alla coalizione berlusconiana, e in particolare a Forza Italia, come lo spazio politico in cui meglio potevano essere espressi obiettivi e istanze liberali. Devo subito dichiarare che questa mia esigenza, politica e intellettuale, ha trovato soddisfazione in quella parte della politica della maggioranza e del governo che riguarda la politica estera di chiaro stampo atlantico ed europeista e nelle battaglie garantiste contro i giustizialismi e i giacobinismi annidati nelle viscere del Paese e riflessi in tanti atteggiamenti della sinistra. E permettimi che questa lettera aperta sia la buona occasione per dichiarare che in questi anni di collaborazione a il Giornale ho sempre potuto manifestare al meglio il mio punto di vista grazie alla tua direzione anche quando era chiaro che le mie opinioni di laico e liberale non corrispondevano con il sentimento della maggioranza dei nostri lettori.
È vero quel che nota Bondi quando scrive che la «riaggregazione radicalsocialista non è cosa che la Cdl possa trattare con sufficienza, rassegnazione o soddisfazione». Senza entrare nel merito delle scelte di Pannella e Bonino che possono essere state dettate da tante e diverse motivazioni, ma assumendo questa vicenda come una spia di una più generale tendenza, mi chiedo quale sia davvero il problema di Forza Italia oggi rispetto a quell'elettorato che si può genericamente definire liberale, laico e modernamente riformatore. Di più, ho la netta sensazione che sia proprio questo il segmento dell'elettorato che sceglie di volta in volta il partito o le persone cui dare fiducia, e quindi a decidere le elezioni, rifugiandosi nell'astensionismo quando non trova soddisfazione nell'offerta elettorale. Se hanno un senso molte analisi elettorali fin qui effettuate, si può ben dire che la differenza tra il successo della Casa delle libertà nel 2001, in particolare di Forza Italia, e l'insuccesso delle regionali del 2004 sia stato determinato proprio dalla fascia di elettorato genericamente definibile liberale, laico e riformatore che in molti casi ha preferito restare a casa.
Dunque a cosa si deve l'indebolimento di Forza Italia (dato che An mantiene il suo elettorato di destra, l'Udc quello postdemocristiano, e la Lega il suo retroterra populista)? Quel che ha fatto il successo di Forza Italia nel 1996 e nel 2001 è stato il suo carattere pragmatico di partito piglia-tutto che teneva insieme conservatori e riformatori, moderati e liberali, credenti e non credenti, cattolici e laici attraverso una filosofia genericamente liberale, tollerante ed a-ideologica che includeva e non escludeva la pluralità degli orientamenti valoriali: una combinazione precedentemente inedita in Italia che era bene espressa dall'immagine e dallo stile del suo leader. Non è un caso che a lungo Forza Italia si definiva «partito liberale di massa» che, in quanto tale, rigettava la forte ed esclusiva connotazione ideologica e/o religiosa. Dopo la fine della Dc, ed anche del Psi, Psdi e Pli, la nuova formazione segnava l'avvento di una nuova politica non più contrassegnata dall'appartenenza alle culture politiche tradizionali. Era un ibrido, un «meticciato» politico che in quanto tale aveva la forza della novità e della gioventù.
Tutto questo, che per me è stato il carattere vincente della carica modernizzatrice e liberalizzatrice di Forza Italia, a me pare che negli ultimi tempi sia stato diluito se non, in alcuni casi, rinnegato. Per il doppio ordine di motivi riguardante sia le scelte politiche concrete sui diritti civili, sia le riflessioni teoriche che hanno accompagnato con pretese ideologiche ed esclusivistiche il progetto del «partito dei moderati». Le scelte messe in essere su molte questioni etico-politiche, per esempio la fecondazione assistita e le coppie di fatto, in realtà hanno rappresentato il ribaltamento di una visione liberale pluralista del rapporto tra individuo, società e Stato. Non perché i credenti e la Chiesa non abbiano il sacrosanto diritto di propugnare la loro visione del mondo e le loro soluzioni politiche in ogni sede e con ogni mezzo. Ma perché sono liberali quelle soluzioni che in politica pubblica consentono a tutti i gruppi di cittadini di mettere in pratica quel che ciascuno decide nella propria responsabilità fino al punto in cui non viene recato danno ad altri. Mentre la soluzione illiberale è quella che crea proibizioni (per esempio no al divorzio, no alla fecondazione eterologa, no alle coppie di fatto) sulla base di un credo da imporre come verità valida per tutti. Lo scontro, quindi, non è tra diverse visioni del mondo, ma tra il pluralismo accettato nella società aperta che consente tutto quel che non danneggia terzi e il proibizionismo in nome di una sola verità accettata, di un assolutismo ideologico. Per il liberale il bene e il male è deciso dalla coscienza della persona e non può essere imposto dallo Stato (etico), dal partito, dalla classe (egemone), dalla razza e neppure dalla Chiesa, e ciò indipendentemente da quel che pensa e pratica la maggioranza.
Sandro Bondi osserva che «il laicismo e libertarismo non sono affini alla cultura ampiamente prevalente nella maggioranza (della CdL) sui temi etico-civili», ed ha ragione. Ma la possibilità di convivenza di persone con diversi orientamenti ideali in un perimetro politico che ha il compito di impostare politiche pubbliche, valide cioè per l'intera comunità nazionale (e non per una istituzione ideologicamente chiusa) è proprio la regola liberale del pluralismo e della tolleranza, con il rigetto della proiezione sull'intera comunità di una verità stabilità da un particolare gruppo culturale, ideologico o religioso. È questa la ragione per cui la buona tradizione liberale, da Tocqueville a Cavour, da Croce allo stesso De Gasperi, teneva ben fermi la separazione tra Stato e Chiesa, la responsabilità dell'individuo superiore alle imposizioni dottrinarie dei possessori della verità, e la libertà religiosa come questione attinente all'individuo che la veicola nello spazio pubblico della società e dello Stato.
Sono questi i problemi reali con cui Forza Italia, e dunque la Casa delle libertà, dovrebbe misurarsi, se vuole riacquistare quella carica liberale, contrapposta alle tradizionali ortodossie della sinistra, che in passato le ha conferito la fiducia degli italiani. Certo, non sono così ingenuo da non sapere che siamo alle porte di elezioni in cui si gioca una partita decisiva tra centrodestra e centrosinistra. Ma se è vero che le elezioni saranno decise dalla massa intermedia di elettori che votavano Casa delle libertà e negli ultimi tempi si sono astenuti, e se è vero che gran parte di questi elettori tendenzialmente astensionisti sono di sentimenti genericamente liberali e laici, allora la classe dirigente della Casa delle libertà deve affrontare direttamente il nodo che ha di fronte.
Ho l'impressione che occorrano delle scelte forti, non dei mezzucci palliativi come potrebbe essere l'aggiunta di un altro simboletto alla serie di simboli già accasati, o l'ingaggio di personaggi di per sé poco espressivi. A Forza Italia serve un forte atto di coraggio che non può che nascere da messaggi politici capaci di parlare chiaramente al Paese, suggellati da immagini che siano davvero espressive della carica liberale, per ora fortemente appannata.
m.teodori@agora.it