Lettera di un papà che si sente del tutto inadeguato

Caro Direttore,
tra due giorni si celebrerà la festa del papà ed io, che sono padre di due bellissimi bambini, mi sento inadeguato ad un ruolo sempre più difficile da sostenere. Vede, Direttore, io guardo a mio padre e un po' l'invidio. Nel senso che la nostra generazione (credo siamo quasi coetanei) sia stata una delle ultime ad avere un minimo di rispetto verso la figura paterna. Il cosiddetto «timor di padre» era sentito e mai ci saremmo permessi di contraddirli. Quello che diceva il capofamiglia era da prendere come oro colato e nessuno osava, salvo rari casi, affermare il contrario. Anche perché, spesso, i nostri padri erano impegnati in secondi e terzi lavori per arrotondare lo stipendio e solo quello bastava per far di loro delle figure quasi leggendarie. Certo, eravamo in un periodo nel quale il pranzo domenicale aveva ancora un senso, dove la famiglia si ritrovava, dopo una settimana di lavoro, per condividere ogni piccolo segreto, gioia o dispiacere. Ora, Direttore, se ti va bene, quando tuo figlio arriva a quattordici anni ti giudica come minimo superato ed inadeguato; nel peggiore, invece, ti manda a quel paese, magari con un sms. Il papà è visto come una rottura, un rompiscatole che non capisce. Vedo figli di amici che sbuffano ad ogni rimprovero dei loro genitori, che rispondono con epiteti inauditi, che raramente cenano insieme. Il padre va bene solo come persona da spremere perché non ne hanno mai abbastanza: gli dai la PS3 e loro ti chiedono l'iPod, gli dai il motorino e ti chiedono il viaggio in America, gli dai la macchina e ti chiedono la casa. È un continuo dare ricevendo, in cambio, poco o nulla in termini di affetto vero; tutto è dovuto e scontato. Ci si confida solo con gli amici e mai con i genitori che facendo parte di quella generazione che non capisce sono considerati inadeguati a qualsivoglia problema. E poi, perché prendersi la briga di chiedere al papà quando basta entrare in Internet per avere risposte di ogni tipo? Sì, caro Direttore, il futuro mi spaventa perché ora ho due figli ancora piccoli (il più grande ha otto anni) ma tra poco me li ritroverò con i jeans a vita bassa e le mutande in vista a guardarmi in cagnesco. E io, non saprò cosa fare perché Internet, ai papà, certe risposte mica le dà.
Torino

Lei è proprio perfido. Mi parla di pranzi domenicali e di cene insieme: lo fa apposta? Vuole solleticare il mio senso di colpa? Vuole farmi andare di traverso le sere passate qui al «Giornale»? Pensi un po’: uno dei miei figli (l’unico maschio) ha proprio 14 anni, porta i jeans a vita bassa (anche se secondo me ormai sono già passati di moda) e ama tenere i capelli lunghi sugli occhi. Però è veramente felice le poche volte che riusciamo a cenare tutti insieme. Lo dovrebbe vedere. Si dà da fare, aiuta in cucina, accende il fuoco. Sembra non desiderare altro, a parte un 6 in latino e una vittoria del Torino. Spesso mi capita di deluderlo e per questo la sua lettera è una specie di pugnalata alle spalle. Ma poi lei è sicuro, caro Cheli, che i ragazzi di oggi siano così diversi da com’eravamo noi? Se io penso a mio padre, ecco, penso soprattutto che «c’era». Non so come facesse, non so come trovasse le forze, il tempo o le energie: so che ogni volta che ho avuto bisogno di lui, ebbene lui c’era. Mi piacerebbe che un giorno anche i nostri figli potessero dire altrettanto di noi. Ma vivo nell’angoscia che non sia così.