La lettera: "Povero maresciallo, quante bugie racconti"

Patrizio Peci

Povero maresciallo Incandela, ancora a caccia di onori e gloria!
In una intervista al vostro giornale mi sprona a dire la verità, afferma che io sarei «un vigliacco». Peccato che proprio lui sia soprannominato - con suo compiacimento e vanto - «il boia di Volterra» perché massacrò uno a uno tutti i detenuti di quel carcere per mostrare che lo scettro del comando era nelle sue mani.
Quanto a me non sono di certo un vigliacco perché prima ho scelto la lotta armata contro lo Stato e poi con la mia dissociazione ho distrutto le Br divenendo loro nemico e obiettivo.
Di certo quello che ci tengo a precisare è che il signor Incandela non ha alcun merito per la mia dissociazione. Lui, come previsto dal suo ruolo, ha su mia richiesta solo contattato il generale Dalla Chiesa.
Poi la favola che mi sono «venduto» per un piatto di quaglie e un fumetto è certo una dimostrazione del delirio di onnipotenza di cui soffre. Quando ero recluso nel carcere speciale di Cuneo ho sempre mangiato quello che passava la cucina comune. Unica eccezione: il giorno del mio trasferimento quando in presenza del capitano del nucleo traduzioni mi servirono le famose quaglie (che io nemmeno mangiai per lo stato di tensione in cui mi trovavo in previsione del primo incontro con il giudice Caselli!), ma che lui mi portò per farsi vedere bello con il capitano dei carabinieri (da ruffiano qual era!). Quanto alla biancheria me la portarono mio fratello Roberto e mia sorella Ida.
Quanto è bravo il maresciallo Incandela! A suo dire ha risolto il sequestro Dozier, ha fatto dissociare Patrizio Peci ma non è riuscito a salvare Moro solo perché non è stato ascoltato dai vertici di Roma un detenuto da lui indicato, tale Vincenzo Panarello (e chi è?). Infine, a lui che è così intelligente e astuto, mi piacerebbe domandare: come reggeva lui la galera quando ultimamente è stato arrestato per favoreggiamento e corruzione?