La letteratura italiana di Asor Rosa adesso fa i conti con il canone europeo

Nella «Storia europea della letteratura italiana» (in 3 volumi) uscita in questi giorni per Einaudi, il critico recupera la lezione di Contini e chiama in causa i grandi nomi del passato (da Swift a Chateaubriand, da Dickens a Musl) per verificare la validità del nostro modello

È proprio vero: si nasce incendiari e si muore pompieri. Si cavalcano con slancio e piglio rivoluzionario le migliori battaglie ideologiche per poi liquidare il tutto, una volta entrati nella sapienza della terza età, come «problematiche datate». Accade a molti personaggi pubblici. Accade a molti accademici. È accaduto anche ad Alberto Asor Rosa. Nume tutelare dell'intellighentia capalbiese, cattedratico per oltre trent'anni alla Sapienza di Roma, autore di alcuni saggi sull'identità italiana e sulla nostra cultura letteraria, padre di due importanti storie letterarie (la prima uscita negli anni Settanta per la Nuova Italia e la seconda - una quindicina d'anni dopo - per l'Einaudi), Asor Rosa torna in libreria con una nuova opera in tre volumi intitolata «Storia europea della letteratura italiana» (sempre per i tipi di Einaudi). Non un lavoro collettivo come la precendete «Letteratura italiana», della quale Asor Rosa era il coordinatore, ma un lavoro solitario. Oltre duemila pagine nelle quali il critico romano mette sui due piatti della bilancia la produzione letteraria e la coeva cultura europea per stimolare confronti e per verificare prestiti e crediti. Da qui l'insolito e provocatorio titolo che spazza via in un solo colpo i residui crociani e destanctisiani della nostra storiografia letteraria. Tornare sui propri passi e ridefinire categorie e giudizi, valori e idiosincrasie, è parte essenziale dell'onestà intellettuale con cui Alberto Alberto Asor Rosa ridisegna gli intrecci fra opere, uomini, luoghi, condizioni storiche ed economiche che hanno dato vita alla nostra tradizione letteraria. Un mutamento di approccio che ha comportato un rinnovato confronto diretto con le opere, favorendo la fusione diretta dell'impegno critico con quello propriamente storiografico. Asor Rosa rilegge con passione critica le opere di tutti i nostri maggiori scrittori mettendoli a confronto con nomi altrettanto «pesanti» del canone europeo (da Swift a Dickens, da Chateaubriand a Brecht) fornendo un esempio di saggistica letteraria che si nutre di storiografia ma va a toccare il cuore dell'invenzione estetica. In alcuni casi questa nuova opera serve anche per ridimensionare accuse e polemiche ormai datate. Come quella che ebbe come bersaglio Pier Paolo Pasolini, accusato proprio da un giovanissimo Asor Rosa di «populismo». Era il 1965 e il giovane critico (classe 1933) dava alle stampe il celebre saggio «Scrittori e popolo» (Savelli editore) dove stroncava tutto il realismo nato dalla costola della paternalistica cultura borghese di impronta gramsciana. Erano gli stessi anni in cui le nuove generazioni scalpitavano per darsi voce con una Neoavanguardia. E perso tra i due fuochi il giovane critico non ebbe tempo per dare la giusta attenzione agli irregolari della nostra tradizione novecentesca, quelle voci isolate e anomale che meglio hanno saputo esaltare le qualità della nostra lingua letteraria (da Gadda a Landolfi, da Delfini a Malaparte). L'ultimo Asor Rosa individua una tradizione novecentesca - dal punto di vista della lingua letteraria - nei nomi di Moravia, Bassani, Calvino e la Ginzburg (tra gli altri). E forte della ritrovata lezione di maestri come Gianfranco Contini e Maria Corti prova a valutare la tenuta del nostro canone linguistico anche per le ultime generazioni. Arriva, dunque, fino ai giorni nostri questa nuova catalogazione - in chiave europea - della tradizione letteraria italiana. Compaiono nella parte conclusiva del terzo volume anche i nomi, tra gli altri, di Niccolò Ammaniti, Sandro Veronesi e Melania Mazzucco (definiti dall'autore «esploratori del magma»). Tra gli esclusi eccellenti spiccano i nomi di Roberto Saviano, Antonio Scurati e Alessandro Baricco. Un finale amaro, quello affrescato da Asor Rosa, non tanto per la scelta dei nomi. Quanto per l'assensa di prospettive per un «discorso letterario». Secondo il critico romano lo strapotere del mercato e dell'industria culturale, la lenta ma inesorabile sparizione delle riviste letterarie e l'appiattimento della lingua letteraria verso la più corriva mimesi del parlato, rendono sempre più difficile per lo scrittore il tentativo di dare una connotazione forte al proprio ruolo e al proprio lavoro.