La letteratura più solida è sempre quella che se ne va in fumo

Pipe, sigari, sigarette accendono l'ispirazione. A volte parlando anche in prima persona

Fumo e scrittura vanno molto d'accordo. Forse perché funzionano allo stesso modo. Fumare è bruciare tabacco traendone piacere, scrivere è bruciare pensieri traendone parole. Si dirà: ma il tabacco bruciato non lo puoi ri-fumare, mentre il pensiero bruciato... be'... è bruciato per modo di dire (di scrivere), e lo puoi ri-pensare. Certo che lo puoi ri-pensare, ma mai in quel modo, con quelle precise parole che, bruciando, ha lasciato, una volta e per sempre, sulla carta, come cenere. Una cenere diversa da quella passata e da quella futura.

Inoltre si dirà: fumare alla lunga fa male. E scrivere, allora? Non è forse anche lo scrivere il sintomo di una malattia, di un disagio, di un vizio? Quando si sta bene non si scrive: si mangia, si dorme, si fa sesso, si gioca a pallone, si lava il pavimento... Ovvio, gli scrittori, che sono sempre in parte attori, un po' ci giocano, sul loro fumare, gigioneggiano, ostentano e/o camuffano la loro abitudine suicida, ammantandosi di una nuvoletta cilestrina per gettare altro fumo negli occhi ai lettori. Ma avete mai sentito uno scrittore dire: «Da quando non fumo più, scrivo meglio»?

Ovviamente, non basta infilarsi in bocca il cannello di una pipa, un sigaro o una sigaretta, per diventare Charles Baudelaire, Thomas Mann o Albert Camus, ma è certo che Baudelaire, Mann e Camus non sarebbero stati ciò che sono stati senza la loro pipa, il loro sigaro e la loro sigaretta. Dobbiamo condannarli, per questo? O, invece, dobbiamo ringraziarli? È vero, si sono avvelenati perché gli andava di farlo, però è bello pensare che l'abbiano fatto anche per noi, per lasciarci un patrimonio di cenere affinché, sotto la cenere, noi trovassimo i loro pensieri.

«Je suis la pipe d'un auteur;/ On voit, à contempler ma mine/ D'Abyssinienne ou de Cafrine,/ Que mon maître est un grand fumeur». «Sono la pipa di uno scrittore;/ Guardando la mia faccia/ Abissina o cafra si vede,/ Che il mio padrone è un gran fumatore». La pipa di Baudelaire parla per lui, è un legnoso fiore del male, ma è chiaro che gli vuole un gran bene.

«Non capisco davvero asserì Castorp. Non capisco come si possa non fumare... ci si rimette, dirò così, la parte migliore della vita e in ogni caso un piacere squisito. Quando mi sveglio, sono lieto all'idea che durante il giorno potrò fumare, e quando mangio, di nuovo me la godo, anzi posso dire che mangio soltanto per poter fumare, anche se dicendo così esagero naturalmente un pochino. Ma un giorno senza tabacco sarebbe per me il colmo dell'insulsaggine, una giornata del tutto vuota e senza attrattive, e se la mattina dovessi prevedere: oggi non avrò niente da fumare... credo che non avrei neanche il coraggio di alzarmi, in verità, rimarrei a letto». Il sigaro, un Maria Mancini, fa parlare Hans Castorp e, tramite lui, lo stesso Mann. Eppure siamo in un sanatorio, quello della Montagna incantata, il posto peggiore per fumare.

«Ovunque una sottile pellicola di sole che si spezzerebbe sotto un'unghia, ma che riveste ogni cosa di un eterno sorriso. Chi sono e che posso fare - se non entrare in quel gioco di fronde e di luci? Essere questo raggio di sole in cui si consuma la mia sigaretta, questa dolcezza, questa passione discreta che respira nell'aria. Se cerco di raggiungere me stesso, è proprio in fondo a questa luce. E se tento di comprendere e di gustare questo sapore delicato che svela il segreto del mondo, sono ancora io ciò che trovo in fondo all'universo». La sigaretta acuisce i sensi di Camus e gli fa percepire meglio il significato fugace, instabile dell'esistere, in quest'annotazione del gennaio 1936.

La pipa di Baudelaire è una madre comprensiva e apprensiva; il sigaro di Mann è un padre severo e rassicurante; la sigaretta di Camus è un'amica complice e fedele. Tre ruoli, tre caratteri che spiegano la psicologia del fumo e del fumatore. La pipa, con la sua consumata ritualità borghese, lenisce la rabbia del rivoltoso, richiamandolo all'ordine del più puro dei sentimenti; il sigaro, con la sua amara e burbera forza, rassicura il timoroso, trasmettendogli forza; la sigaretta, con il suo essere sempre a portata di mano, sempre pronta alla bisogna nell'indissolvibile sodalizio, placa l'ansia di chi la interroga.

Figli di mamma pipa sono gli scrittori indocili ma che molto sanno dare: il vulcanico Simenon, l'immaginifico Tolkien, il corrosivo Twain. Figli di papà sigaro sono gli scrittori nei quali la potenza esteriore cela l'intima fragilità: il poliedrico Soldati, l'indagatore Barthes, l'analitico Dürrenmatt. Amici della bionda sigaretta sono gli scrittori che consumano avidamente e rapidamente la vita: il tormentato Wilde, il brutale Bukowski, il paradossale Vonnegut. Ma tutti inevitabilmente, dannatamente, meritoriamente accesi dal sacro fuoco di un fiammifero da usare alla svelta, prima che pensieri e parole svaniscano più in fretta di una buona boccata.