La letteratura è qualcosa che si mangia

Dalle aringhe del padron ’Ntoni di Giovanni Verga alla zuppa del Capitan Fracassa di Théophile Gautier. Un viaggio letterario-gastronomico fra ’800 e ’900 per scoprire che in ogni buon libro c’è sempre almeno qualche buona portata...

È innegabile che il cibo sia un elemento fondamentale di cultura. E non solo: il cibo caratterizza un’epoca, una condizione sociale, un atteggiamento dell’essere. La classi più umili, che nei secoli passati mangiavano per sopravvivere, si nutrivano di quello che il territorio offriva loro: la famiglia di Padron ’Ntoni mangiava aringhe, quella di Tonio polenta di grano saraceno. Chi invece aveva la fortuna di poter scegliere il cibo a seconda del proprio gusto privilegiava piatti più elaborati, spesso preparati da grandi cuochi...
Anche per questo non è raro scorrere le pagine di un romanzo e incappare nella descrizione di un pasto, sia esso frugale come le omelettes alle erbe trangugiate di fretta da Pereira al Café Orquidea di Lisbona, oppure sfarzoso come il banchetto durante il quale si incendia la mente di Emma Bovary, o popolare come nel gaddiano Parapagàl in cui i giovani arricchiti mangiano ossobuco, aiutando la peptonizzazione della cena con una postprandiale sigaretta. Senza poi parlare di personaggi che hanno legato la propria immagine, il proprio modo di essere al piacere della tavola. I nomi si sprecano: dal panciuto Nero Wolfe che allieta le sue giornate tra la coltivazione delle orchidee e le delizie gastronomiche preparate dal cuoco francese, fino al commissario Montalbano che assapora in religioso silenzio pasta con le sarde e triglie di scoglio.
Sapori. Il sapore di ciò che assaggiamo durante i viaggi ci resta nella memoria tanto quanto i colori, i paesaggi, gli incontri. Il cibo la dice lunga sull’ambiente, le abitudini, la vita di una persona e di un popolo. Questione di moda, certamente. Questione di cultura, sarebbe meglio dire. Oggi il piacere della tavola è rivalutato. È quindi normale che si sia manifestata anche una nuova curiosità su cosa mangiavano personaggi (anche scrittori, perché no?) dei quali si conosce molto: carattere, pensiero, ideali, amori.
Ma, a tavola, come si comportavano? C’è da supporre che persone sanguigne come un Carducci amassero carne poco cotta e innaffiata con abbondante vino rosso. Leopardi, invece, non sembra uno che abbia amato i piaceri della tavola: forse qualche brodino, qualche malinconica verdura, qualche coscia di pollo lessato. Manzoni, in fondo più segretamente godereccio, non avrà certo disdegnato un buon risotto alla milanese, meglio se in compagnia di qualche amico con cui scambiare opinioni in dialetto meneghino, abbandonata la sciacquatura in Arno tra le pagine del romanzo. E Alfieri? Beh, sdegnoso com’era non si può certo immaginare alle prese con grandi piatti. Mangiare per vivere. Vivere per lottare.
Illazioni. Fantasie. Ma è certo che sempre più spesso questa curiosità prende lo studioso e l’appassionato di letteratura. Ne è un esempio il libro di Maria Grazia Accorsi, Personaggi letterari a tavola e in cucina (Sellerio, pagg. 264, euro 16) che spazia, in modo forse troppo disinvolto, in uno zigzagante viaggio «letterario-gastronomico» per le vie d’Europa - e non solo - tra Otto e Novecento: da Goethe allo zio Tom, al Bacchelli del Mulino del Po. Un libro comunque interessante che suggerisce nuovi itinerari per la storia della letteratura, oltre che una nuova chiave di lettura delle abitudini di vita degli autori. Certo: se nell’Educazione sentimentale Federico impara a cucinare il salmì di beccacce, probabilmente anche lo stesso Flaubert amava «una cucina altoborghese, preziosa, che, allora come ora, identificava nella carne, nel pesce, nei tartufi, nelle ostriche, i cibi qualificanti, distinti perché rari e costosi». Più triste la zuppa di garbare (tipica della Guascogna) che il barone di Sigognac mangia nel suo solitario castello prima di partire per l’avventura che lo trasformerà in Capitan Fracassa, nell’omonimo romanzo di Théophile Gautier. Virgina Woolf deve invece a una sua permanenza in Francia presso la sorella pittrice e altri amici innamorati della Provenza, se fa mangiare boeuf en daube alla famiglia Ramsay nella Gita al faro. L’unico autore, tra quelli citati dalla Accorsi, che non parrebbe avere dato grande importanza al cibo è Gabriele D’Annunzio, almeno come appare dal comportamento del suo alter ego Stelio Effrena, protagonista di Il fuoco. Stelio non viene mai colto mentre gusta i piaceri del palato, se non la mattina successiva al suo tanto desiderato incontro erotico con Fosca (Eleonora Duse), quando compera «da una peata», una barca a fondo piatto utilizzata a Venezia per il trasporto di frutta e verdura, «l’uva delle Vignole, i fichi di Malamocco raccolti su un piatto di pàmpini». E invece sappiamo bene che D’Annunzio era un gaudente anche davanti alla tavola imbandita, come è testimoniato dai biglietti scritti alla cuoca del Vittoriale, dalle lettere agli amici, dai menu, dai diari. Un itinerario, quello tra i profumi gastronomici che vaporano dalle pagine dei libri, che meriterebbe di essere approfondito. Magari nel tentativo di tratteggiare un percorso più organico entro un periodo storico, o tra i piatti delle osterie o dei ristoranti di lusso di una stessa epoca o di un medesimo paese. Quello che si può imparare spiando nel piatto di una persona può rivelare tristezze, gioie, idiosincrasie. Anche del personaggio letterario, naturalmente. Ma non occorre certo essere psicanalisti per individuare alle spalle di queste figure di fantasia l’occhio dello scrittore, ora ironico e sorridente, ora austero e accigliato testimone di abitudini troppo sibaritiche.