Lettere ai grandi e grandi libri. Ecco l'archivio di Tom Wolfe

La New York Public Library apre i 219 scatoloni del giornalista e trova il tesoro. Dalla corrispondenza scatenata alle bozze dei romanzi

da New York

In una foto sbiadita degli anni Sessanta il ragazzo impeccabile e scapestrato mostra il dito medio all'obiettivo. A quel punto Tom Wolfe ha già concepito il suo marchio stilistico, la giacca bianca, ma per quell'improvvisato servizio fotografico sugli scogli di qualche costa oceanica è semplicemente un ragazzo in maniche di camicia, con pantaloni estivi color crema e mocassini senza calze. I capelli biondi sono appena scompigliati dal vento, negli occhi non c'è traccia d'ironia né impeto rivoluzionario. È strano rigirarsi fra le mani immagini così lontane dall'iconografia ufficiale dello scrittore, con la sua divisa da dandy appositamente pensata per mostrarsi agli occhi dell'interlocutore come un marziano, il personaggio spurio che scriverà la storia alla quale sta partecipando; ed è in questa stranezza che risiede il fascino dell'archivio di Wolfe, da qualche settimana consultabile alla New York Public Library.

A febbraio la grande biblioteca di Manhattan ha selezionato i pezzi più pregiati dell'archivio del maestro del New Journalism e ne ha fatto una mostra, Becoming the Man with the White Suite , titolo che strizza l'occhio a una commedia inglese degli anni Cinquanta diretta da Alexander Mackendrick. Ci sono i block notes di appunti, le bozze dei romanzi, i materiali preparatori, i disegni, c'è la corrispondenza con pesi massimi della cultura e dell'editoria, da Marshall McLuhan a Norman Mailer, gli scambi con l'astronauta-senatore John Glenn, raccontato ne La stoffa giusta ; si può leggere la lettera al vetriolo con cui Shirley Bernstein, sorella minore dell'egregio maestro Leonard Bernstein («Stein!»), scomunica Wolfe dalla crema salottiera ed engagé che aveva raso al suolo in Radical Chic , racconto di un'ordinaria festicciola su Park Avenue in cui l'intellighenzia sinistrorsa che soffre acutamente per la propria condizione bianca e privilegiata stringe in un abbraccio la causa rivoluzionaria delle Pantere nere. C'è perfino una lettera di Wolfe a se stesso per spiegarsi meglio lo scopo e l'angolatura del Falò delle vanità , capolavoro simil-fiction su Sherman McCoy e i «padroni dell'universo» acquartierati a Wall Street. Nelle 219 scatole dell'archivio c'è anche molto altro.

Per trovare la porticina che s'affaccia sul mondo di Wolfe bisogna salire al terzo piano della biblioteca, suonare il campanello di una porta cigolante con i vetri smerigliati come quelle delle redazioni dei giornali nei vecchi film, farsi condurre da una giovane bibliofila con il chador in uno stanzone con i soffitti altissimi e i libri alle pareti pieno di gente intenta a fotografare con l'iPhone pagine di vecchi manoscritti; al momento di estrarre le cartelline havana dalle scatole e di accendere l'abat-jour anni Cinquanta da lettura si è completamente immersi nell'atmosfera wolfiana, pronti a farne parte. Del resto, «tutti siamo personaggi di Tom Wolfe», come dice il curatore dell'archivio, Thomas Lannon. Il primo documento, trovato in una cartellina aperta a caso di un faldone con un numero scelto a caso, è un disegno a pennarello a tinte rosa con una casa, un sole, una nuvoletta decorativa e altre cose evidentemente disegnate dalla mano di una bambina, sotto la deliziosa intestazione: «Per Uncle Tommy». Subito dopo c'è una lunga missiva dell'amico e scrittore William Van Patten, che si firma sempre e solo Bill, che dalla California lo informa: «Era inevitabile, suppongo, che Andy Warhol scoprisse la Pump House. È tutta la settimana che fa riprese qui».

È il maggio del 1968, sta per uscire la raccolta The Pump House Gang , con un reportage a immersione sulla lisergica banda di surfisti-ladri-hippie di stanza in un quartiere della San Diego bene, e questo spaccato della contraddizione controculturale della West Coast aveva attirato l'attenzione anche di altri osservatori della condizione americana, segnatamente Warhol. Bill, ad ogni modo, informa lo scrittore che Neale, uno dei surfisti-ladri-hippie che lo avevano introdotto in quel mondo, trova Warhol un «insolente»: «In un milione di anni non avrei mai pensato a quell'aggettivo, ma calza perfettamente con quello che sta facendo qui. E la parola si è diffusa. Ora qui tutti dicono che Warhol è un insolente», scrive Bill. Insomma, quell'insolente di Andy Warhol stava cercando di rubare la scena all'uomo con la giacca bianca.

Flash-forward al 2005. A scrivergli è George H.W. Bush, con il tono informale del vecchio amico; a quel punto Wolfe ha passato metà della sua carriera a bastonare in modo sofisticato l' élite di sinistra e l'altra metà a ricevere gli applausi dell' élite di sinistra che aveva appena bastonato. Oltre a una certa inclinazione politica, i due condividono anche la stravaganza nel vestire, soltanto che l'ex presidente l'ha concentrata tutta nei calzini. Qualche mese prima George W. Bush - che aveva pubblicamente elogiato Io sono Charlotte Simmons - ha ottenuto il secondo mandato dopo una campagna elettorale virulenta, e del suo avversario, John Kerry, Wolfe ha espresso il giudizio che tutti si augurano di non ricevere mai: «Un uomo di cui non bisogna preoccuparsi, perché non crede in niente». Bush scrive: «Spero che tu Barbara e io troviamo un momento per raccontarci come l'intellighenzia e i liberal da salotto hanno reagito alla rielezione di nostro figlio. Il mio sangue ha smesso di ribollire, anche se i liberal gli stanno addosso ogni giorno».

Non è la sola figura presidenziale a intrattenere relazioni con Wolfe. Richard Nixon nell'ottobre del 1983 gli invia una copia del suo libro Real Peace: a Strategy for the West , lettura che, risponde lo scrittore, «non potrebbe arrivare in un momento più opportuno». Jackie Kennedy Onassis gli fa recapitare un invito alla festa di Natale di quello stesso anno, un cartoncino formale in caratteri rossi, sul quale aggiunge, con una calligrafia graziosa e infantile: «E per favore rimani anche a cena». Sono gli anni rombanti delle frequentazioni nell'altissima società newyorchese, dell'immersione nell'arte e poi nell'architettura, con quel gioiello che è From Bauhaus to our House . Wolfe si mostra a tal punto autorevole in materia che Anna Murdoch gli chiede una consulenza architettonica per la ristrutturazione della chiesa di Saint Vincent Ferrer, nell'Upper East Side, e lo invita a contattarlo «attraverso l'ufficio di mio marito», ovvero Rupert Murdoch. L'amico Hunter S. Thompson, che ha traghettato il New Journalism nella sua versione più sfacciata e personale, il Gonzo Journalism, gli scrive lettere piene di ironia sulla fattoria di Wood Creek, in Colorado, salutando sempre con un «ciao...». Alla fine degli anni Sessanta lo ha anche difeso da una lettrice imbufalita, che accusa Wolfe di avere copiato una scena da Hell's Angels , e facendolo tratteggia un carattere essenziale del giornalismo narrativo che sta prendendo forma: «Non sono sorpreso che il racconto di Wolfe sia più o meno lo stesso mio, visto che la fonte è la stessa registrazione. L'unica differenza è che io c'ero e Tom no. Il che importa soltanto a metà, in termini di vero giornalismo. Tutti i giornalisti improvvisano su uno scheletro di verità, il segreto è farlo in modo verosimile».

Si trovano - altre scatole, altri faldoni - note ammirate di Gay Talese, che in una lettera si firma scherzosamente «Don Corleone», una cartolina di Inge Feltrinelli con un ritratto di Goethe in cui la fotografa e moglie di Giangiacomo nota una somiglianza con Wolfe; il padre del neoconservatorismo, Irving Kristol, s'informa se per caso il pezzo che la rivista Life non ha voluto pubblicare non potrebbe apparire su The Public Interest . «La California diventa più pazza ogni giorno. Questo è un vero “candy store”», scrive Phil Spector, allora rivoluzionario produttore musicale con i capelli cotonati, oggi ergastolano corroso dal tempo e dal carcere in cui passerà il resto dei suoi giorni per l'omicidio dell'attrice Lana Clarkson. Le lettere di McLuhan hanno quasi sempre un registro serio ed accademico. Il filosofo della comunicazione vuole sapere il parere di Wolfe ora sull'influenza del replay nella fruizione televisiva («non c'è bisogno di spiegare l'effetto che ha sulla nuova pornografia»), ora i suoi pensieri sulla «archetipizzazione dall'incontro dei cliché». È appena ironico che l'ambasciatore John Langeloth Loeb Jr. gli segnali, con un certo orgoglio, un libro appena uscito sulla storia dei suoi discendenti, i fratelli Lehman, che si sono costruiti un impero con il cotone in Alabama per poi invadere Wall Street. La lettera è del 2007, pochi mesi più tardi il sistema finanziario farà patatrac e Lehman Brothers diventerà il simbolo colpevole del disastro: da padroni dell'universo a eunuchi dell'universo, come scriverà Wolfe qualche tempo dopo su Newsweek .

Furio Colombo (che non compare nell'elenco dei nomi: drammatica svista dell'archivista) gli invia una copia della Stampa del 23 dicembre 1984 in cui appare una sua intervista. Wolfe risponde affabile: «Riesce a immaginare il mio stato di VIVA FRUSTRAZIONE? Ho fra le mani uno SPLENDIDO pezzo sulla mia scrivania e non riesco a capire una singola parola». Ci sono infiniti scambi con gli editor delle varie riviste con cui ha lavorato, il New York , Esquire , Rolling Stone , Vanity Fair e molte altre. Rifiuta con garbo una proposta del Wall Street Journal di recensire il «fortunatamente breve romanzo» di Gabriel García Márquez, Cronaca di una morte annunciata : «Ci stavamo chiedendo se non fosse il caso di impalare il tronfio culto del romanzo latinoamericano». In filigrana si colgono spesso riferimenti alla polemica di Wolfe con i suoi tre «spalloni», come li chiama lui: Norman Mailer, John Updike e John Irving.

Un capitolo a parte merita la corrispondenza con Gordon Lish, amico e editor con un senso dell'umorismo tagliente almeno quanto quello dell'interlocutore. Sfotte Wolfe dicendo che qualcuno che si spaccia per lui scrive lettere imitandone in modo credibile perfino la calligrafia: «Credo di doverti mettere in allerta, visto che costui è riuscito nel notevole traguardo di imitare non solo la tua prosa idiosincratica ma anche il tuo stile da frocio». Di lettere di Lish ce ne sono centinaia, scritte su fogli piccoli come scontrini fiscali con l'intestazione di Esquire oppure sulla carta intestata personale. Si evince facilmente quant'è intimo il rapporto con Wolfe e la sua famiglia nelle lettere in cui Lish prende in giro spietatamente la moglie, Sheila: «Tua moglie, Dio la perdoni, mi ha mandato un articolo di Nora Ephron, che lei trova divertente. Mio Dio! Non vorrei dire, ma... Gesù! Non saprei, voi altri non vi state facendo del bene a vicenda. Una volta tu eri crudele e lei divertente; ora lei non è più divertente e tu sei ancora crudele».

Altre scatole, altri faldoni. Il materiale preparatorio del Falò delle vanità è un coacervo a suo modo ordinato fatto di elenchi a punti a) b) c) d)..., appunti sparsi, disegni caricaturali dei personaggi, versioni dattilografate e furiosamente corrette con un lapis blu. La logica del taglio prevale su quella dell'aggiunta, e nelle prime stesure non si trova la punteggiatura ridondante o il maiuscolo urlato che sono alcuni dei tratti inconfondibili della scrittura di Wolfe. C'è anche la trascrizione di una zuffa televisiva del sindaco di New York, Ed Koch, con un rappresentante della comunità afroamericana sulle tensioni razziali in città, specialmente nel Bronx, il ribollire sociale che fa da sfondo al libro, e diversi atti di processi che servivano allo scrittore per impratichirsi con le consuetudini e il linguaggio del sistema legale cittadino. Sul retro di alcuni fogli ci sono conti fatti a mano, divisioni con due cifre come quelle che si facevano a scuola, e non si capisce esattamente cosa c'entrino gli esercizi di aritmetica con la stesura del romanzo. Eppure qualcuno doveva pur fare i conti delle commissioni milionarie di McCoy e degli altri padroni dell'universo, che spostano capitali in cambio di una percentuale. E Wolfe da sempre preferisce i metodi tradizionali.