Le lettere Croce-Gentile storia di una amicizia

Dal secondo tomo della corrispondenza tra i due grandi emerge un intenso sodalizio (non solo culturale)

Perugia 10 agosto 1905

Mio cariss. Gentile,

Che cosa volete farci? La maggior parte di coloro che scrivono di filosofia non ne capiscono nulla, come la maggior parte di coloro che fanno versi non sono poeti. Bisogna rassegnarsi, e consolarsi pensando che i libri sciocchi, per quanto lodati, muoiono irrimediabilmente, e i libri buoni, per quanto avversati, hanno vita dura.

Certo, sarebbe desiderabile che la nostra opera e la nostra rivista avesse anche all'estero quella diffusione ed efficacia che ha in Italia. Ma, per ora, a me ed a voi manca il tempo di dare questo avviamento alla cosa. Bisogna che, per qualche anno ancora, ci limitiamo al mondo italiano. Voi siete giovane, ed io non sono vecchio. Forse tra 4 o 5 anni, assolto il compito che abbiamo ora tra mano, potremo allargare l'ambito della Critica dall'Italia all'estero; e certo il modo migliore sarà quello di iniziare una grande revisione della filosofia contemporanea francese, inglese e tedesca, con una serie di articoli che scriveremo voi ed io.

Benedetto Croce

Napoli 30 luglio 1906

Mio carissimo Croce, Ieri, quando venni da voi, avrei dovuto dirvi qualche cosa, che non vi dissi, e darvi una preghiera, che non ebbi la forza di rivolgervi. Avrei dovuto dirvi del mio rimorso, ad accettare da voi anche quest'anno sciagurato d'inerzia il compenso mensile di un aiuto che pur troppo non ho potuto prestarvi, e dell'acuto mio rammarico di non potervi rinunziare, stretto come sono ad obblighi imprescindibili, ché non riguardano la mia sola persona. Più d'una volta, per non dir sempre, ho sentito durante quest'anno, un acerbo senso di vergogna pensando che voi avevate saputo trovare un così affettuoso pretesto per non farmi arrossire facendomi accettare il vostro fraterno soccorso; e che questo pretesto dovesse esser venuto a cessare! Che posso io fare per sdebitarmi in qualche modo verso di voi e rendere a me più leggiero il peso de' vostri benefizi, se non promettervi una cooperazione più attiva, più zelante e più efficace quando mi saran tornati i nervi, e ricomincerò a vivere un'altra volta? So bene che voi non desiderate nessuna promessa; ma è mio il bisogno di farvela, benché senta che nessuno sforzo mio di buona volontà potrà corrispondere adeguatamente alla amorevole e delicatissima sollecitudine vostra verso di me.

Giovanni Gentile

Palermo 29.XII.1906

Conchiudendo, per ora: nego la convinzione filosofica che non è ricostruzione storica, e viceversa. E nego pure l'apprendimento (comprensione estetica) che non sia vero e proprio intendimento filosofico. È vero che talvolta si legge approvando tutto, senza critica, intendendo il senso delle parole e simpatizzando coll'autore senz'altro. Ma quest'attitudine non mi pare né filosofica né estetica. La vera comprensione estetica non è passiva, mi pare, ma critica e giudicatrice. E se leggendo il filosofo, pensiamo alle cose che dice, e non al modo etc., intendiamo solo quando giudichiamo (più o meno bene, s'intende sempre). Ma io non vorrei seccarvi. Per questa volta basta.

Giovanni Gentile

Napoli 31 dic. 1906

Voi dite che il leggere un'opera d'arte è un criticarla, altrimenti è un fatto passivo, ecc. Io invece sostengo che non è un fatto passivo, anzi è attività, ma non attività critica; è attività poetica od estetica, affatto identica a quella del poeta. Come il poeta non è critico nel momento che è poeta, così il lettore del poeta è poeta e non è critico, nel momento che legge l'opera. La critica viene dopo: ha bisogno di una riflessione e di un concetto filosofico, ecc. Guai all'arte se per essere compresa dovesse aspettare l'attività del critico! Ariosto ha dovuto aspettare tre secoli e mezzo per essere compreso criticamente; ma fu compreso esteticamente già dai suoi contemporanei, e fu perciò amato, e sorse la sua gloria nei secoli. Tanto gustare non è criticare: è gustare, cioè vivere con la fantasia.

Benedetto Croce