Le lettere dall’inferno di tre bimbi: "Restituiteci ai nostri genitori"

Sono tutti e tre minorenni, li hanno strappati ai genitori per un pugno sul tavolo. E ora scrivono: "Fateci tornare"

da Milano

«Caro papà mi manchi tantissimo ed è già un mese che non ci vediamo». «Cara mamma, mi manchi da morire ed è già tanto, troppo tempo, che non ci vediamo. Ciao, Mirko».
Mirko Guccio ha 11 anni e un solo sogno: poter tornare a casa dai suoi genitori, vivere con loro. Le sue lettere strazianti, corredate da disegni di cuori infranti e trafitti e da macchinine che lo riportano a casa, le scrive dalla comunità per bambini disagiati di Caresana, in provincia di Vicenza, dove si trova insieme alle sue sorelle - Vanessa, 17 anni e la piccola Sharon che di anni ne ha appena 6 - dopo che il tribunale di minori, tre anni e due mesi fa, li ha strappati ai loro genitori, Pietro Guccio e Tina Riccombeni, 51 e 43 anni. Papà Pietro, operaio in una vetreria, infatti, una sera, di ritorno dal lavoro, li aveva spaventati sferrando un pugno sul tavolo e facendo la voce grossa.
«Alla fine dell'aprile 2005 mia figlia Vanessa - ci racconta questo omone con la faccia da gigante buono - era rimasta a casa da scuola perché diceva di essersi ammalata e poi, invece, era uscita con degli amici. Aveva cominciato a frequentare brutte compagnie, temevo finisse in un giro poco raccomandabile. Quel pugno fece ribaltare due piatti e due bicchieri, mia moglie e i bambini si spaventarono, i piccoli si misero a piangere. E un'assistente sociale di sostegno - che era in casa con noi in quel momento per seguire Mirko e aiutare mia moglie che soffriva i postumi di una depressione post parto - convinse Tina a raccontare la vicenda ai suoi colleghi del consultorio di zona. Mia moglie spiegò loro che stavamo passando un momento difficile. Poi, comprendendo di aver sopravvalutato quella mia esternazione, ritornò al consultorio, ritrattò tutto, spiegò che si era trattato di un episodio. Dieci giorni dopo ce li portarono via. E, da allora, non li abbiamo più riavuti con noi. Mia moglie, intanto, ha perso il lavoro. E, per il dispiacere, nonostante abbia appena 43 anni, ha avuto tre infarti. E pensare che abbiamo fior di testimoni pronti a giurare che amiamo i nostri figli e siamo ricambiati, non li abbiamo mai toccati con un dito. Ecco: nessun tribunale ha voluto mai ascoltare. E i bambini: i giudici non li hanno mai sentiti... Loro ne avrebbero di cose da dire. Perché non li fanno parlare?».
Una vicenda inquietante che anche Vanessa, la maggiore, dopo innumerevoli udienze rimandate e tutte le falsità che ha sentito raccontare sul comportamento del padre e della madre, non riesce più a tollerare.
«Carissimi mamma e papà - scrive la ragazzina in una lettera ai genitori - vi scrivo questa lettera per dirvi che vi vogliamo un casino di bene a tutti e tre (il terzo è un criceto, ndr) e non vediamo l'ora di tornare a casa per iniziare la scuola, ma anche per stare con gli amici e poter uscire con voi. Io tutte le sere prego la Madonna per poter tornare a casa perché non ce la facciamo più a stare in comunità. Noi vi pensiamo sempre, giorno e notte, piangiamo sempre di più per la vostra mancanza. Qui viviamo con ragazzi che hanno i genitori drogati, che li picchiavano, che non si curavano di loro. Voi ci avete sempre voluto bene, ci trattavate benissimo... Perché allora dobbiamo stare qui?».
«Vediamo i bambini una volta al mese, per un'ora - prosegue papà Pietro - e in quell'occasione se, per l'emozione, ci scappa una lacrima, veniamo ripresi dagli assistenti sociali che minacciano di non farceli più incontrare. Avevamo la possibilità di parlare al telefono con i bambini due volte la settimana: ce l'hanno tolta perché dicevano che le nostre esternazioni emozionali erano deleterie per piccoli... Ma che cosa fareste voi, al nostro posto? Ci avevano promesso un'indagine di sei mesi. Ora, dopo tre anni e due mesi, pur senza nemmeno un'accusa ne una prova di maltrattamenti, addirittura vorrebbero dare i due bimbi più piccoli, Mirko e Sharon, in adozione a due distinte famiglie...».
Mirko, intanto, continua a fare lo stesso disegno e a mandarlo ai genitori: la vecchia Audi di papà con sopra lui e le sue sorelline, li riporta tutti verso casa. Lì, sul balcone, c'è la mamma che sorride e li aspetta. Aspetterà invano?