L'Europa capisca, è una guerra al terrorismo

Perché Israele ci mette tanto a decidere quale strada prendere? Per quale ragione i suoi uomini oliano i motori dei tank sul confine ma non li mettono in moto per cercare di tagliare la Striscia così da impedire ai Kassam e ai Grad di transitare? Perché Israele, salvo che per tre personaggi non di primissimo piano, non ha scelto subito la strada delle eliminazioni mirate dei leader di Hamas, come invece accadde dopo l’ondata terrorista dello Sceicco Yassin e di Abed el Aziz Rantisi?

Semplicemente perché è difficile guardare nel futuro di Gaza. Hamas ha giurato di distruggere Israele, e non ha nessun interesse a trattare. Ogni tregua è solo un regalo perché si riorganizzi. Occorre uscire da Gaza con risultati che non consentano a Hamas di proclamare,come fecero gli hezbollah nel 2006, una vittoria divina. Sarebbe un’incitazione sconsiderata per tutti i terroristi del mondo. Occorre una conclusione che abbia il carattere della chiusura di un’epoca ma anche che salvaguardi la possibilità per i Paesi Arabi moderati come l’Egitto di apparire salvatore dei palestinesi.

Si spera che Abu Mazen possa prendere Gaza, ma si deve lasciare che appaia un patriota non sospetto di collusioni con Israele… E soprattutto, occorre concludere le cose in modo che Hamas non possa più sparare 100 missili in un giorno su Sderot, come ha fatto mercoledì. In genere, prima una tregua e poi un accordo certificano la sconfitta di uno dei due contendenti, e la speranza di pace del vincitore. Così è andata fino ad ora: Israele è stato sempre il vincitore che cede terra contro pace.

Dalla prima Intifada uscì col riconoscimento dell’esistenza e dei diritti dei palestinesi e poi venne l’accordo di Oslo. Dalle guerre, sempre vittoriose, uscivano prima tregue e poi accordi che restituivano terra all’Egitto e alla Giordania in cambio di pace. Interlocutori razionali, con cui è andata abbastanza bene. Con i palestinesi come anche con gli hezbollah in Libano la cedevolezza di Israele ha avuto cattivi risultati: con Oslo, fino all’ultimo soldato uscì dalle cittadine palestinesi, lasciando il 98% dei palestinesi sotto Arafat. Ma a Camp David Arafat, ormai preda dell’islamismo dilagante, fece scoppiare l’accordo. Con il Libano, Israele seguì la strada dello sgombero unilaterale ritrovandosi poi con gli hezbollah che sparavano sul nord del Paese.

Dalla seconda Intifada, dopo avere sconfitto il terrorismo, decise di sgomberare Gaza. E Hamas ne ha fatto una macelleria per Fatah e una rampa dimissili contro Israele. Che ora pondera come differenziare il suo comportamento odierno da quello, evidentemente errato, del passato.Mubarak ha avvertito più volte: Hamas vuole consegnare il Medio Oriente arabo nelle mani degli iraniani. L’Egitto ne è consapevole, così come Abdullah di Giordania. Israele ha il difficile compito di affrontare Hamas per quello che è, ovvero lo spigolo irriducibile della minaccia iraniana. D’altra parte la sua sostituzione è difficile: è chiaro che il candidato ideale è Abu Mazen che, in ogni caso, non puòfarvi ritorno sul vento di guerra israeliano.

Che fare dunque? Procedere all’eliminazione del gruppo dirigente? Tutto è sospeso in una guerra amille sfaccettature di cui però si può dire che è diversa dal vecchio conflitto israelo-palestinese, quello in cui Israele poteva puntare alla pace, ai trattati. Sarebbe bene che l’Europa imparasse dunque, la nuova lingua di questoc onflitto che è quellodell’Occidente che si difende dal terrorismo con coraggio, e abbandonasse l’idea sbagliata, dopo sette anni di missili su Sderot, di un conflitto «sbilanciato».

Sbilanciati siamo noi che per il nostro terzomondismo non sappiamo distinguere l’aggressore da colui che si difende. E un buon risultato da una mera tregua. Il buon risultato è quello in cui Hamas perde; in cui il fronte arabo moderato non si vergogna di proclamare la sua moderazione anche a costo di dare ragione a Israele. Questo è un nuovo gioco, quello della guerra contro il terrorismo internazionale in cui i cittadini sono usati come scudi umani.