"L'Europa chiede quando cacciamo Prodi"

Berlusconi rivela le perplessità del Ppe: &quot;Far dimettere questo governo&quot;. Il premier: <strong><a href="/a.pic1?ID=166519">&quot;Ritiro immediato se il Senato boccia il decreto&quot;</a></strong>. L'Udc: <strong><a href="/a.pic1?ID=166517">&quot;Il nostro sì non è un favore al governo&quot;</a></strong>. Il generale Satta:<strong> <a href="/a.pic1?ID=166527">&quot;Allarme kamikaze, più elicotteri per proteggerci&quot;</a></strong>

Fiuggi (Frosinone) - Nessuno sconto al governo di Romano Prodi che «deve andare a casa il prima possibile». Ma anche la consapevolezza che di fronte a un bivio così delicato e pericoloso come quello del voto per il rifinanziamento della missione in Afghanistan bisogna misurare ogni gesto, pesare ogni parola, studiare attentamente le conseguenze delle azioni politiche che ci si appresta a realizzare. Silvio Berlusconi sale sul palco della convention degli amministratori locali di Forza Italia e, pur usando toni durissimi verso l'esecutivo, sceglie la via della responsabilità e del ragionamento per fotografare il momento che il centrodestra sta vivendo.
«L'interesse del Paese ci dice che dobbiamo far dimettere questo governo il prima possibile - afferma il presidente azzurro -. Ma credo che martedì noi dovremmo produrre un voto che sia il risultato di una profonda riflessione, una riflessione che ci apprestiamo a fare anche con alleati nella giornata di domani (oggi per chi legge, ndr)». «Se fosse per la nostra parte politica - prosegue il leader azzurro - a noi farebbe bene che questo governo continuasse nella sua opera. Sarebbe una benedizione. Ma noi abbiamo sempre guardato all'interesse del Paese. E ora - aggiunge Berlusconi - l'interesse del Paese ci dice che dobbiamo far dimettere questo governo il prima possibile e dobbiamo tornare al governo per ridare all'Italia quella credibilità internazionale che oggi è a grande rischio».
La trattativa interna al centrodestra, insomma, resta aperta. E, di fronte al «sì» annunciato e alla via solitaria scelta dall'Udc, bisogna ragionare con attenzione sulla risposta giusta da fornire in Parlamento. Su un punto, però, Berlusconi ha sicuramente le idee chiare. «Un governo che non ha maggioranza in politica estera non può governare, ed è chiaro che se l'esecutivo non avesse la maggioranza noi saliremo al Quirinale e chiederemo nuove elezioni».
Nel mirino del leader dell'opposizione c'è soprattutto la perdita di credibilità internazionale, la costante usura a cui è sottoposta l'immagine del nostro Paese, a causa dell'ambivalenza dell'esecutivo. È lo stesso Cavaliere a raccontare al suo partito riunito a Fiuggi come a Berlino i rappresentanti dei moderati del vecchio continente non gli abbiano affatto chiesto lumi sul prossimo voto sull'Afghanistan quanto piuttosto lo abbiano sollecitato «a mandare a casa l'unico governo europeo che ha due partiti comunisti al suo interno». «I nostri colleghi a Berlino sono venuti a renderci omaggio e la domanda ricorrente era: “Silvio ma quando ritorni al governo?”».
Una carta, quella dei suoi colloqui esteri, giocata anche e soprattutto in chiave interna. Era stata infatti l'Udc a rivelare che in seno al Ppe sarebbero sorte forti perplessità in merito all'eventuale astensione di Fini e di Berlusconi sul rifinanziamento della missione militare a Kabul. La risposta del Cavaliere a queste illazioni è secca: i Popolari europei scelgono Berlusconi, scelgono l'opposizione al governo Prodi. Le schermaglie quindi, in vista della tappa fondamentale di domani al Senato continuano. Fermo restando che il desiderio di fermare la stentata corsa dell'esecutivo resta fortissimo. «Questo governo è andato sottobraccio con Hezbollah - attacca Berlusconi -, strizza l'occhio ad Hamas, ha trattato con i tagliagole e ora pretenderebbe di mettere intorno al tavolo della pace i terroristi».
Per il leader azzurro è quindi dirimente «tornare al governo per avere di nuovo una credibilità internazionale che questo esecutivo ha perduto». Un obiettivo che deve essere raggiunto percorrendo la via maestra di ogni democrazia: il ritorno alle urne. «Non ci vengano a dire che per andare a nuove elezioni è necessario correggere la legge elettorale. Sarebbe infatti molto facile apportare modifiche in pochi giorni all'attuale legge», spiega il presidente di Forza Italia. Berlusconi tiene a sottolineare che «il tema della legge elettorale non può essere usato per galleggiare o per rinviare sine die le elezioni che sono il momento più alto della democrazia in cui i cittadini si esprimono».
Proprio per i suoi elettori, d'altra parte, Berlusconi sembra avere messo in cantiere una nuova chiamata in piazza. «Non so come andranno le cose della politica - conclude - ma credo che tra breve dovremo richiamare in piazza il popolo del 2 dicembre per chiedere nuove elezioni e il giusto conteggio delle schede di quelle precedenti. Voglio farvi una raccomandazione: voglio dirvi che non deve mai esistere una contrapposizione tra il partito e i circoli che sono poi una riedizione dei club del '94. Il nostro obiettivo deve essere unico: dobbiamo coinvolgere i nostri simpatizzanti e suscitare la partecipazione della gente».