LEV NUSSIMBAUM Un uomo, due mondi, tre vite

Ebreo, finto arabo, rivendicò origini ariane. Avventuriero e scrittore di fama a Weimar, morì dimenticato a Positano

Nel piccolo cimitero di Positano c’è una tomba bianca, in stile turco, sormontata da un turbante in pietra e posta in modo da guardare, al di là del mare, verso la Mecca. Ospita le spoglie mortali di Mohammed Essad Bey, come il nome inciso in arabo indica, ma in realtà chi è lì sepolto si chiamava Lev Nussimbaum, era ebreo di origine, nato a Baku in Azeerbaijan nel 1905, negli anni Trenta scrittore, di lingua tedesca, fra i più prolifici e i più famosi della Germania weimariana, nonché, sotto lo pseudonimo di Kurban Said, autore di un romanzo, Ali e Nino, considerato un capolavoro, come tale ancor oggi ristampato, e una sorta di monumento dell’identità nazionale azera.
Essad Bey-Nussimbaum-Said morì nel 1942 e la tomba in cui riposa fu voluta e pagata da Ahmed Giamil Vacca-Mazzara, giornalista algerino, paracadutista islamico e spia dell’Italia fascista, a cui si deve anche il necrologio pubblicato sulla rivista Oriente moderno di quello stesso anno e nel quale l’identità ebraica veniva negata e quella musulmana invece ribadita. Ma anche Ahmed Giamil era un nome fittizio, perché quello vero era Bello Vacca, di nazionalità italiana, ma nato a Tripoli, ex ufficiale della riserva convertitosi all’islamismo e vissuto al Cairo fino a quando le autorità egiziane non lo avevano espulso per traffico di droga, di esplosivi, e propaganda sediziosa... Una foto scattata pochi mesi prima della morte mostra un vecchio che si appoggia a un bastone ed è sottobraccio a un giovane, ma in realtà sono coetanei: la malattia, un raro caso di avvelenamento del sangue, aveva fatto di chi morirà a trentasei anni uno spettro, e basta confrontarla con l’Essad Bey in posa da principe guerriero per il New York Herald Tribune appena cinque anni prima, per rendersene conto.
L’intreccio e il pasticcio di identità nell’Europa e nell’Italia di allora non erano casuali: c’era la guerra, c’erano le leggi razziali e ciò che era stato un tempo normale, il crogiolo multietnico, era divenuto proibito. Bello Vacca sapeva bene chi fosse quello che riteneva comunque la persona più straordinaria che avesse mai conosciuto, ma sapeva altrettanto bene che per onorarla degnamente bisognava camuffarla. La cosa curiosa, però, è che anche l’Italia ufficiale ne era al corrente: nel 1937 Giovanni Gentile aveva procurato a Essad Bey un incontro con Mussolini in vista di una possibile biografia. L’udienza era stata accordata, ma già il giorno dopo una lettera delatoria era sul tavolo del Duce con tutte le indicazioni del caso: un figlio di Abramo e non di Maometto, un esponente della cospirazione giudaica travestito da amico dell’Italia fascista... Bey era comunque ancora nel nostro Paese, dove del resto i suoi libri erano tradotti, ma non avendo ottenuto il visto di ingresso c’era entrato con un visto americano. Era già malato e nel 1939, a Napoli, subirà una prima serie di piccole amputazioni (le dita del piede sinistro) per bloccare la cangrena provocata dal suo sangue impazzito. La polizia invece di arrestarlo si darà da fare per trovare i soldi con cui pagare l’operazione, e fra le varie autorità amministrative, Napoli, Salerno, Positano, ciascuna farà passi in tal senso, chi al ministero degli Interni, chi a quello degli Esteri, chi a quello della Cultura.
Si sapeva, insomma, e però si faceva finta di non sapere, oppure non tutto era così chiaro come i documenti lasciavano intendere... O ancora, nel gioco della plurime identità, poteva anche capitare che ognuna fosse in realtà quella vera... Così, non sorprende che Essad Bey, ancora nel settembre del 1938, avesse scritto direttamente a Gentile spiegandogli di aver bisogno di un «antropologo di valore» grazie al quale poter dimostrare, una volta per tutte, «le sue origini ariane». E non sorprende che pochi giorni dopo la sua morte un’automobile arrivasse a Positano per portarlo a Roma: avrebbe dovuto registrare degli interventi in persiano per i servizi radiofonici che venivano irradiati dall’Eiar in Asia. L’invito veniva da Ezra Pound a cui amici comuni si erano rivolti in cerca di aiuto.
Ma perché Essad Bey era finito in Italia? Nel maelstrom di quegli anni, ciò che affascina di più è che quanto oggi, a distanza di mezzo secolo, appare chiaro e distinto - scelte di campo, alleanze, vie di fuga - era invece confuso e incerto. Tutta la vita di questo straordinario emblema di un’epoca è all’insegna del motto «odia i problemi ma è pronto a tutto» e ricostruirne la biografia aiuta a capire il motivo di certe scelte. L’orientalista (Garzanti, pagg. 518, euro 19,60), del giornalista americano Tom Reiss, lo fa con dovizia di particolari e pazienza certosina: cinque anni di ricerche fra Oriente e Occidente, fra archivi, rapporti di polizia, inediti, incontri e scoperte. Dentro c’è di tutto: europei panislamisti e baroni del petrolio di Baku, spie naziste e attivisti comunisti, ebrei orientalisti ed ebrei occidentali, nichilisti e nobili russi, tedeschi, francesi...
Nato a Baku in quel giro di secolo in cui l’oro nero ha fatto di questa città una sorta di Parigi sul Caspio e un oggetto di cupidigia nazionalista, Lev Nussimbaum è figlio di un uomo d’affari ebreo di origine askenazi e di una ebrea russa con simpatie marxiste e che presto morirà suicida. Tra il 1905 in cui viene al mondo e il 1917 in cui l’impero zarista va in pezzi e Lenin prende il potere, la sua è la vita di un bambino ricco in una città dove gli assassinii terroristici sono all’ordine del giorno, i rapimenti la norma, la paura un elemento con cui convivere. Una prima fuga attraverso il Turkestan e la Persia mette al riparo padre e figlio dalla rivoluzione bolscevica, ma il ritorno in quella che nel 1919 è l’effimera Repubblica dell’Azeerbaijan si rivela un errore, visto che di lì a poco Mosca schiaccerà qualsiasi conato di indipendenza. Così fuggono di nuovo, separati questa volta, per ritrovarsi insieme a Batumi, la Casablanca dell’epoca, nel 1921. Lev ha allora sedici anni e in patria non tornerà più.
Da questo momento in poi la sua vita è quella, apparentemente comune, di tanti emigrati russi: prima a Costantinopoli, poi a Parigi, poi a Berlino, il padre che cerca di rimettere in sesto i suoi affari, il figlio in cerca di un’identità a cui appoggiarsi. Il suo mondo di origine è andato in pezzi, il cosmopolitismo ebraico di Baku non esiste più, ma è comunque quella realtà multietnica che egli cerca, quell’Oriente complesso che lo ha così colpito ai tempi della prima e della seconda fuga, ancora bambino, e poi ragazzo, un Islam in cui si è ritrovato protetto e col quale ora vuole fondersi e confondersi. Nel 1922, alla presenza dell’imam dell’ambasciata turca di Berlino, si converte e diviene Essad Bey: una foto lo immortala nella sua nuova condizione, seduto in poltrona, il fez orgogliosamente esibito. Ironia della sorte, di lì a un anno Ataturk farà volare quel copricapo dalla testa dei suoi connazionali e abolirà la parola «bey»: Lev ha scambiato una identità che moriva con un’altra a suo modo morente...
A ventiquattro anni pubblica il suo primo libro, Sangue e petrolio in Oriente: nei successivi undici che lo separano dalla morte ne scriverà altri 14, senza contare i due con lo pseudonimo di Kurban Said, in media uno ogni dieci mesi: biografie, saggi storici, racconti fantastici, scritti di geopolitica. Pubblica per i più importanti editori tedeschi, scrive sui più importanti giornali di Berlino e di Vienna, conosce e pratica più lingue, è tradotto, è famoso, ha amicizie illustri fra gli scrittori del tempo, frequenta il bel mondo...
Come tutti quelli che hanno dovuto fuggire dalla Rivoluzione di Ottobre, Lev è un anticomunista convinto, ritiene che ebrei e musulmani siano due affluenti dello stesso fiume semitico e pensa che entrambi debbano trovare il loro spazio e il loro significato a Oriente: è lì che possono forgiare i destini del mondo moderno. L’arrivo al potere del nazismo lo coglie non impreparato, ma impotente: non riesce a capire come il suo anticomunismo non sia superiore a qualsiasi elemento razziale, come il suo essere musulmano non lo metta al riparo dalle persecuzioni, come il suo essere ebreo orientale non lo distingua dall’ebreo occidentalizzato visto come una quinta colonna interna... Espulso dall’Unione degli scrittori tedeschi al ritorno da un viaggio negli Usa che ha segnato la sua apoteosi di intellettuale e uomo pubblico, si ritrova anche abbandonato dalla moglie che chiede la separazione e permette alla stampa di spettegolare sulla sua vita privata, la doppia identità, il falso arabo, il vero ebreo, il finto principe della Mecca, il falso-vero musulmano che vuole l’harem ma intanto chiude a chiave l’unica moglie...
L’espulsione significa dover pubblicare in Germania sotto falso nome, e questo spiega l’ultimo pseudonimo, Kurban Said, ma soprattutto è il campanello d’allarme definitivo: molti hanno già attraversato l’Oceano, perché non lo fa anche lui? E qui torniamo alla domanda da cui siamo partiti: l’uomo che «odia i problemi ma è pronto a tutto» tiene alla sua identità, che si è faticosamente costruito, più che alla vita stessa: nessuno gliela porterà via, trionferà su ogni ostacolo. Gli Stati Uniti sono un mondo troppo diverso perché lo possa interessare, mentre l’Italia, con le sue colonie, con il suo fascismo che sventola la spada dell’Islam, gli sembra ancora il territorio in cui poter dispiegare i suoi talenti, continuare la sua lotta contro la rivoluzione che lo cacciò dalla madre patria, favorire il rapporto fra Oriente e Occidente. La malattia gli impedirà di giocarsi veramente a fondo questa ultima sfida, ma, se non altro, nello scegliere il nostro Paese, Lev-Essad dimostrerà di averci visto giusto. E nel piccolo cimitero di Positano riposa, da allora, dimenticato ma in pace.